Uccellagione: la Ue a caccia dell'Italia

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Dopo la Lombardia lo scorso anno adesso è il Veneto ad essere condannato dalla Corte Europea di Giustizia. La risposta dal Lussemburgo non transige e mette la parola fine alle deroghe sistematiche della regione Veneto, che violano le direttive comunitarie in materia di caccia. Secondo i giudici europei, inoltre, la quantità di volatili protetti delle specie che possono essere cacciate in base alla legge regionale “sono comunque nettamente superiori al limite indicato dalla direttiva”. La decisione questa volta sembra mettere una parola definitiva ad un’infrazione avviata nel 2005.

Nella sentenza della Corte Europea di Giustizia si leggono queste testuali parole: “Poiché la Regione Veneto ha adottato e applicato una normativa che autorizza deroghe al regime di protezione degli uccelli selvatici senza rispettare le condizioni stabilite all’art. 9 della direttiva del Consiglio 2 aprile 1979, 79/409/CEE, concernente la conservazione degli uccelli selvatici, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza dell’art. 9 di tale direttiva ed è condannata alle spese”.

Era una sentenza attesa “ed è puntualmente arrivata, e come prevedibile è stata di dura condanna per gli abusi commessi dal Veneto in fatto di caccia". Lo dichiarano in una prima nota a caldo le associazioni Animalisti italiani, Enpa, Lav, Legambiente, Lipu e WWF Italia a proposito della condanna della Corte Europea di Giustizia resa pubblica lo scorso 11 novembre alla regione Veneto in tema di caccia ai volatili protetti.

Si tratta di un nuovo pesante smacco per le normative che regolano la caccia in Italia e in particolare per la Regione Veneto, “che in questi anni - precisa una nota del WWF - ha ripetutamente violato la direttiva [...] e che continua a violarla, visto che anche quest'anno, per l'ennesimo consecutivo, la regione ha autorizzato in deroga l'abbattimento di uccelli protetti non cacciabili, ignorando il rischio della condanna europea”. “La circostanza che la caccia ricada nella competenza esclusiva delle Regioni - prosegue il WWF - non può dispensare la Repubblica italiana dall’obbligo di garantire che le deroghe al regime restrittivo della caccia rispettino i requisiti e le esigenze posti dalla direttiva” e lo Stato italiano non è intervenuto per bloccare questa grave illegalità per molti, molti anni.

La sentenza della Corte europea apre così una nuova fase nell'annosa vicenda della caccia in deroga, ponendo la regione Veneto e in generale l'Italia ad un passo dalle sanzioni economiche, che, in assenza di correzioni radicali, saranno la prossima decisione della Corte. "A questo punto - precisa l’Enpa - appare inevitabile che Zaia fermi le deroghe attualmente in atto in Veneto e che i ministri Prestigiacomo e Galan e in generale il Governo italiano intervengano con rapidità e fermezza".

Il rischio? “A causa di queste leggi regionali - afferma Zanoni, il presidente della Lac - ora a pagare le spese saranno tutti i cittadini veneti e non, come sarebbe giusto, i consiglieri regionali e i presidenti della Regione Veneto che le hanno volute ed approvate solo per accontentare una minoranza di cittadini”. La Regione Veneto - spiega Massimo Vitturi della Lav (Lega anti vivisezione) - si trova ininterrottamente in regime eccezionale di deroga dal 2004 e aveva accumulato problemi già negli anni precedenti. Una situazione considerata illegittima dalla Corte europea del Lussemburgo che nel luglio scorso aveva già condannato l'Italia per una legge della Lombardia che autorizzava in deroga la caccia a quattro specie protette: fringuello, peppola, pispola e frosone”.

La procedura di infrazione si riferisce al 2005, ma da allora la situazione non è cambiata perseverando sulla strada delle deroghe ad ogni costo. La Commissione aveva, infatti, già contestato la legittimità della decisione del Veneto di derogare l’abbattimento di volatili protetti (.pdf) sostenendo che "non risponde alle esigenze scientifiche e non rispetta il principio della certezza del diritto", perché le specie di cui è autorizzata la caccia sono state identificate "in via generale e astratta e senza limiti temporali". Le deroghe, infatti, possono essere concesse solo in casi eccezionali e limitati, come l'invasione di un aeroporto da parte di una popolazione di uccelli o gravi danni all'agricoltura che non siano affrontabili in altro modo.

Ma non si tratta solo di un problema di deroghe, perché i conti non tornano. Il Veneto nel 2005 aveva deciso di abbattere più di 6milioni di fringuelli, dove il tetto massimo di caccia imposto dall’Istituto nazionale per la fauna selvatica, l'organismo scientifico che deve dare un parere determinante, era di 410mila. Stessa cosa per altre specie di uccelli come la peppola o le pispole.

Anche per l'Arcicaccia la "decisione della Corte europea dimostra che l'estremismo venatorio non paga e anzi si ritorce contro i cacciatori che rispettano le regole", tanto che dopo la nuova condanna dell'Italia, le associazioni ambientaliste chiedono a gran voce di fermare le deroghe attualmente in atto in Veneto e soprattutto di porre fine immediatamente "al disordine che governa la caccia italiana, tra deroghe, disapplicazioni, infrazioni". L’obiettivo è ora eliminare quelle prassi consolidate e illegali che danneggiano l'ambiente e minacciano la nostra stessa biodiversità, magari prima che ci pensi l’Europa. [A.G.]

 

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