Diritti degli animali

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“...gli animali sono trattati, di routine e sistematicamente, come se il loro valore fosse riducibile alla loro utilità per gli altri, di routine e sistematicamente sono trattati con mancanza di rispetto, e anche i loro diritti vengono di routine e sistematicamente violati” (Tom Regan, "The Case for Animal Rights")

 

Introduzione

Dagli animali nagual delle popolazioni indigene alle teorie filosofiche sul giusto atteggiamento da tenere nei confronti degli animali. I progressi fatti grazie al dibattito filosofico e all’impegno della società civile come la Dichiarazione Universale dei Diritti degli Animali, sono certamente dei grandi passi avanti, impensabili solo un secolo prima. Oltre alle violazioni dei loro diritti occorre riflettere sulla concezione che equipara gli animali a merci. La società dei consumi predilige nutrire gli animali invece che gli uomini, semplicemente perché redditizi.

 

I diritti degli animali nella storia e il dibattito filosofico

L'uomo/animale si è modificato nel tempo. In alcune culture indigene del centroamerica ogni essere umano, fin dalla nascita, stabilisce un vincolo inscindibile con un animale che diventa il suo nagual, un essere magico, che lo proteggerà e lo accompagnerà per tutta la vita, nella buona e nella cattiva sorte. La difesa dei diritti degli animali da un punto di vista legale invece è un fenomeno relativamente recente, frutto di una evoluzione di pensiero. Si inizia con le dichiarazioni contro la violenza nei confronti degli animali di tipo compassionevole, per arrivare a pensatori che li equiparano agli uomini da punto di vista egualitario. Fra i più antichi c'era Pitagora che considerava il rispetto per gli animali e l'adozione di una dieta vegetariana elementi fondamentali.

La prima testimonianza di diritto che riguarda specificatamente gli animali risale al 1641 nel Massachussettes. Nel testo di legge si afferma che “nessun uomo può esercitare alcuna tirannia o crudeltà verso gli animali tenuti dall'uomo per il proprio utilizzo”. L'idea più elaborata nella quale si arriva a parlare di veri e propri diritti degli animali iniziò svilupparsi a partire dal XVIII secolo, nel contesto della filosofia etica. Jean-Jacques Rousseau, nell'Emilio, consigliava un'alimentazione vegetariana come pratica di educazione alla vita pacifica e al rispetto per gli animali, e anche Voltaire nonostante le differenti posizioni su altre questioni, si dichiarò d'accordo sul valore etico del vegetarismo.

Uno dei primi filosofi a parlare esplicitamente di liberazione degli animali fu l'inglese Jeremy Bentham, che nel suo Introduction to the Principles of Morals and Legislation del 1789 scrisse: “Verrà il giorno in cui gli animali del creato acquisiranno quei diritti che non avrebbero potuto essere loro sottratti se non dalla mano della tirannia”. Secondo Bentham il problema non è se gli animali possono ragionare o possono parlare, ma se essi possono soffrire: “ perché dovrebbe la legge negare la sua protezione a un qualsiasi essere sensibile?” Anche Arthur Schopenhauer sostenne che gli animali hanno la stessa essenza degli esseri umani, nonostante manchino della facoltà della ragione. Diede una giustificazione utilitaristica per l'uso di animali come cibo, ma sostenne anche che la morale dovesse prendere in considerazione gli animali, e si oppose alla vivisezione.

Nel 1892, il riformatore sociale inglese Henry Salt pubblicò diritti animali considerati in relazione al progresso sociale. In quest'opera Salt sosteneva il vegetarismo, mostrando il proprio sconcerto per la crudele condizione patita dagli animali d'allevamento. Approccio completamente differente quello dei pensatori della scuola neokantiana, i quali sostengono che solo un essere morale possa avere diritti da un punto di vista morale. Altri pensatori che si rifanno alla tradizione filosofica di Thomas Hobbes e della teoria della giustizia di Rawls, considerano la moralità come un contratto fra esseri razionali e fondamentalmente egoisti. Ma dato che gli animali non sono in grado di partecipare a questo patto, i contrattori umani non hanno alcun obbligo di considerarli in modo paritetico.

Negli anni '60 dello scorso secolo, un gruppo di intellettuali inglesi conosciuti come il Gruppo di Oxford inizia a criticare lo sfruttamento degli animali da parte dell'uomo e nel 1965 il Sunday Times pubblica un articolo di Brigid Brophy, intitolato The Rights of Animals. Era la prima volta che un grande giornale dedicava tanto spazio all'argomento. Parallelamente al gruppo di Oxford iniziavano a prendere forma le iniziative di attivisti conosciuti come il Fronte per la Liberazione Animale e altri gruppi che si opponevano alla caccia anche compiendo azioni contro i veicoli dei cacciatori o contro i laboratori farmaceutici. Più di recente il tema dei diritti animali fu poi trattato nel 1971 da Stanley e Roslind Godlovitch e John Harris, con il libro Animali, uomini e morale. Il libro era una raccolta di articoli che affrontavano il tema dei diritti animali con argomenti filosofici.

 

Animalismo, Animal welfare e la “liberazione animale”

Le posizioni riguardo all'atteggiamento che l'uomo dovrebbe avere nei confronti degli animali sono le più differenti e chi - in generale - ritiene che vada accresciuta la tutela giuridica e etica nei confronti delle specie animali differenti dall'uomo viene di solito definito animalista. Un punto di vista più specifico è quello che viene definito Animal Welfare che accetta che gli uomini utilizzino gli animali per cibarsi, nella ricerca scientifica, per vestirsi e per l'intrattenimento, ma non accetta le inutili sofferenze. Una visione che probabilmente è stata influenzata dalle religioni orientali (che contemplano la reincarnazione, prevedono che gli animali debbano essere uccisi con lo stesso rispetto dovuto agli essere umani) e che ha dato vita in Gran Bretagna nel 1842 alla prima organizzazione per il benessere degli animali e favorito anche una legislazione che tenesse conto di questo aspetto.

Ma è con le posizioni ben più radicali dell'australiano Peter Singer dell’Università di Princeton e lo statunitense Tom Regan che si inizia a parlare di vera e propria liberazione animale. Entrambi sostengono che l'adozione di una dieta vegana e l'abolizione delle sperimentazioni sugli animali siano imperativi morali urgenti. Pur giungendo a conclusioni analoghe circa il comportamento etico nei confronti degli animali, Singer e Regan presentano argomentazioni molto differenti da un punto di vista filosofico; il primo si rifà all'utilitarismo, il secondo al giusnaturalismo. Per Singer qualsiasi genere di sofferenza - sia fisica che psicologica - è negativa, a prescindere da chi lo provi. Gli esseri umani non sono gli unici capaci di provare sofferenza o dolore, le provano anche la maggior parte degli animali, molti dei quali sono in grado di provare anche forme di sofferenza che vanno al di là di quella fisica, come l’angoscia di una mamma separata dai suoi piccoli o la noia dell’essere chiusi in una gabbia senza far nulla. Un passaggio importante per capire il pensiero di Singer è che tutti noi non siamo responsabili solo di quello che facciamo, ma anche di quello che avremo potuto impedire o che abbiamo deciso di non fare. Il suo Animal liberation ha svolto un ruolo fondamentale al contemporaneo movimento per i diritti degli animali.

L'opera, pubblicata nel 1975, dà un corpo organico ed una veste filosofica alla critica sull’attuale sfruttamento degli animali in particolare degli allevamenti intensivi e della vivisezione. La tesi fondamentale dello statunitense Tom Regan invece, sostiene che gli animali non-umani sono soggetti vitali, come gli esseri umani, e che, se si accetta l'idea di dare valore alla vita di un essere umano a prescindere dal grado di razionalità che questi dimostra, allora si deve dare un valore simile anche a quella degli animali non-umani. Secondo l'autore, solo gli esseri con valore intrinseco hanno diritti e solo i soggetti-di-vita hanno valore intrinseco. Si tratta di esseri autocoscienti, con desideri e speranze, attori deliberati con possibilità di pensare un futuro. Trattare un animale come un mezzo per un fine significa violare i suoi diritti. Ogni pratica che non rispetta i diritti degli animali è sbagliata, a prescindere da bisogni, contesto o cultura.

Regan critica la posizione utilitarista di Singer, argomentando che essa si concentra sugli interessi invece di pensare ai portatori di tali interessi. Regan pone l'egualitarismo a livello del soggetto per se e in maniera assoluta, slegato dal contesto. In caso di conflitto d’interessi, il diritto di uno dei soggetti dovrà essere sacrificato, anche se sarà nostro dovere fare in modo di minimizzare questo sacrificio; ma, aggiunge Regan, non possiamo sacrificare il diritto di qualcuno solo perché facendolo massimizzeremmo il benessere generale, sacrificando quindi i diritti per l'utilità. Regan conclude quindi che tutte le pratiche che implicano l'utilizzo degli animali come mezzi per un fine sono sbagliate: allevamento di qualsiasi tipo, caccia, esperimenti di qualsiasi tipo, a prescindere da possibili risultati che si possono ottenere.

 

La visione abolizionista e l'Antispecismo

Un altro pensatore influente che parte da presupposti differenti rispetto a Singer e Regan, è Gary L. Francione, che nel libro Introduction to Animal Rights parla di una visione abolizionista secondo la quale gli animali dovrebbero avere almeno il diritto fondamentale di non essere trattati come proprietà degli esseri umani, presupposto fondamentale per la definizione di qualunque altra forma di diritto animale. L'abolizione del concetto di proprietà applicato agli animali è per Francione, il primo obiettivo che il movimento per i diritti animali dovrebbe perseguire. Ignorare tale obiettivo significa essere, nella migliore delle ipotesi, solo sostenitori dell'animal welfare. Secondo Francione “una società che considera cani e gatti come membri della famiglia e contemporaneamente uccide mucche, galline e maiali per nutrirsene è moralmente schizofrenica”.

Lo psicologo britannico Richard Ryder invece ha coniato negli anni '70 il termine specismo per descrivere la diffusa convinzione antropocentrica che gli esseri umani godano di uno status morale superiore - e debbano quindi godere di maggiori diritti - rispetto agli altri animali. L'intento di Ryder era quello di porre in evidenza le analogie fra lo specismo e il razzismo, dimostrando che le motivazioni filosofiche per condannare queste due posizioni, dimostrando che sono analoghe. Come l'antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla diversità razziale umana, l'antispecismo respinge quella di specie e sostiene che la sola appartenenza biologica ad una specie diversa da quella umana non giustifica moralmente o eticamente il diritto di disporre della vita, della libertà e del lavoro di un essere senziente. L'approccio antispecista ritiene che le capacità di sentire, di provare sensazioni come piacere e dolore, di interagire con l'esterno, di manifestare una volontà, di intrattenere rapporti sociali, non siano prerogative della specie umana.

 

La Dichiarazione Universale dei diritti dell'animale e legislazioni nazionali

La circolazione di idee tra diversi opinionisti hanno fatto nascere un ampio dibattito che ha portato alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'animale proclamata il 15 ottobre 1978 nella sede dell'Unesco a Parigi. Il suo testo è stato redatto, nel corso di riunioni internazionali, da personalità appartenenti al mondo scientifico, giuridico e filosofico e alle principali associazioni mondiali di protezione animale. Tale Dichiarazione costituisce una presa di posizione filosofica riguardo ai rapporti futuri tra la specie umana e le altre specie. L'affermazione dell'art. 1: “Tutti gli animali nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti all'esistenza” non esprime un'eguaglianza di fatto tra le specie, ma un'eguaglianza di diritti, non nega cioè le evidenti differenze di forme e di capacità esistenti tra gli animali, ma afferma il diritto alla vita di tutte le specie. L' uomo ha invece creato nel mondo vivente una gerarchia arbitraria che non esiste in natura, tenendo conto solamente della propria utilità.

La D.U.D.A. proponeva nel 1978 regole di comportamento umano nei vari settori in cui l'uomo si incontra/scontra con la natura e gli animali. Le associazioni per i diritti degli animali vedono nel documento un invito alla specie umana a modificare il suo modo di pensare per passare dalla visione antropocentrica verso una visione biocentrica fondato sulla tutela della vita. In questo senso la Dichiarazione universale dei diritti dell'animale è una tappa importante. Sul piano giuridico, la Dichiarazione indica una strada per il riconoscimento e la tutela dei diritti dell'animale considerato non in relazione al possesso, all'affetto o all'utile ecologico dell'uomo, ma come soggetto, individuo, portatore di interessi vitali.

La Dichiarazione non ha alcun valore sul piano giuridico-legislativo, ma ha sicuramente un grande valore simbolico e ha dato un grosso input per le legislazioni nazionali. Nel 1992, per esempio, la legislazione svizzera fu modificata per riconoscere agli animali lo status di esseri anziché cose. Nel 2002, il parlamento tedesco votò per modificare una clausola della costituzione che ora impone il rispetto delle dignità degli esserei umani e anche quella degli animali. Anche se molti paesi hanno oggi leggi contro la crudeltà o il maltrattamento di animali, è difficile trovare un esplicito riferimento a veri e propri diritti. Un riferimento del genere si trova invece nel Progetto Grande Scimmia, fondato da Peter Singer e da Jane Goodall, che definisce una carta dei diritti delle grandi scimmie antropomorfe. Al progetto ha aderito la Nuova Zelanda e nel giugno 2008 la Spagna è stato - tra le polemiche - il primo paese al mondo a riconoscere veri e propri diritti alle scimmie.

 

L'atteggiamento della società civile nella “questione animale”

I sostenitori dei diritti animali utilizzano spesso l'arma del boicottaggio nei confronti delle aziende che a vario titolo sfruttano gli animali. Molti adottano una dieta vegetariana o vegana ed evitano di acquistare indumenti, cosmetici o farmaceutici che contengono sottoprodotti di origine animale, o che sono stati sperimentati sugli animali. Ciò che viene criticato maggiormente è il sistema, che permette di considerare gli animali come nostre risorse, per essere mangiate, o manipolate chirurgicamente, o sfruttate per sport o per denaro. Esistono molte associazioni che cercano di diffondere l'interesse per il tema dei diritti animali; una delle più note a livello internazionale è la PETA - People for the Ethical Treatment of Animals. Gruppi come la Vegan Outreach e Compassion Over Killing cercano di osteggiare la pratica dell'allevamento industriale pubblicizzandone gli aspetti più crudeli.

In Italia, tra le più importanti associazioni per la protezione degli animali in Italia c'è sono l'ENPA -Ente Nazionale Protezione Animali - attiva dal 1871 e presente in maniera capillare sul territorio nazionale. In una posizione intermedia fra questi due estremi, si pongono le associazioni animaliste e antivivisezioniste, come la LAV che collabora per l'abolizione di una singola pratica di sfruttamento, prigionia o sofferenza animale. È il caso della caccia, dell'allevamento intensivo, della pellicceria, della sperimentazione animale, e così via. Alcune battaglie delle organizzazioni che lavorano per il riconoscimento dei diritti degli animali hanno portato alcune grandi compagnie di cosmetici ad abolire le sperimentazioni. In queste campagne l'informazione ha avuto un ruolo fondamentale. Informare e rendere pubbliche le pratiche delle aziende ha aiutato a prendere coscienza del fenomeno.

Un esempio tutto italiano è il lavoro del Centro Nuovo Modello di Sviluppo che da svariati anni pubblica la guida al consumo critico, dove vengono analizzate le maggiori compagnie e le loro pratiche (sfruttamento del lavoro, capitali off shore, danneggiamenti ambientali) tra le quali l'utilizzo di sperimentazioni animali. In realtà vendere e comprare non sono atti banali e innocui quanto può sembrare. Hanno un forte impatto, non solo economico. Dietro a questo semplice gesto quotidiano si nascondono problemi di portata planetaria, di natura sociale, politica ed ambientale. Essere informati è sicuramente un mezzo fondamentale per poter fare delle scelte consapevoli.

 

Diritti degli animali e economia mondiale

Oltre alle questioni prettamente etiche occorre sottolineare le enormi conseguenze che ha l'utilizzo degli animali per l'alimentazione nell'ambiente e nella società. Secondo un rapporto della Fao (in.pdf), la zootecnica pone una grave minaccia sull’ambiente. Il bestiame genera il 18% dei gas serra, più ancora di quelli prodotti dai trasporti. Ma se gli animali da allevamento, in special modo i bovini, producono solo il 9% dell'anidride carbonica derivante dalle attività umane, generano una percentuale maggiore di gas più nocivi. Sono responsabili del 65% delle emissioni di protossido d'azoto, un gas che contribuisce al riscaldamento terrestre quasi 300 volte di più del biossido di carbonio, provenienti in gran parte dal letame, il 37% del metano, che ha un effetto 23 volte superiore a quello dell'anidride carbonica come fattore di riscaldamento del globo. Il bestiame occupa attualmente il 26% della superficie terrestre non ricoperta dai ghiacci. Se si pensa che oltre un terzo delle terre coltivabili è sfruttato oggi per produrre cereali per gli animali anziché per gli uomini si capisce perché mangiare meno carne - come raccomanda anche Rajendra Pachauri, economista indiano e presidente dell'Ipcc - aiuterebbe la salvaguardia dell'ambiente ma darebbe anche un grosso contributo alla lotta alla fame.

Da quando si è cominciato a convertire vaste estensioni di terreno coltivabile per produrre cereali per la zootecnia invece che per l'alimentazione umana, molte delle popolazioni più povere del mondo sono state confinate in terre marginali, un fenomeno che ha reso sempre più difficile per milioni di persone assicurarsi anche il più modesto apporto calorico quotidiano. Molte foreste tropicali, come accade ad esempio in Amazzonia, vengono abbattute per far posto alla soia per i bovini dai quali estraiamo carne e pellami. Secondo le stime della Fao, la produzione mondiale di carne raddoppierà entro il 2050, con effetti potenzialmente catastrofici per la biosfera. Ma gli interessi economici in gioco sono alti. Secondo molti sostenitori di una dieta vegetariana l'inefficienza e lo spreco derivanti da una dieta a base di carne sono peggiori degli analoghi inconvenienti dovuti all'uso di automobili che bruciano una gran quantità di carburante.

 

Deep ecology e impegno individuale

Oltre alle teorie prettamente associate ai diritti degli animali si può dire che queste sono spesso all'interno di visioni e punti di vista più generali. Per esempio la Deep ecology - ecologia profonda - è una visione che invita alla ricerca dello spirito delle cose in una società che, portando l’uomo a concentrarsi su un materialismo esasperato, gli ha tolto la capacità di vivere la sua parte spirituale.

Secondo il filosofo norvegese Arne Naess - fondatore della teoria - gli esseri viventi hanno un valore in sé, in quanto viventi. Bisogna cercare una nuova armonia ecologica tra gli esseri viventi che abitano il pianeta Terra. Il diritto alla vita di ogni essere vivente è assoluto e non dipende dalla maggiore o minore vicinanza alla specie umana. Il nuovo equilibrio ecologico dovrebbe essere raggiunto attraverso l’uso di tecnologie a basso impatto ambientale. Fondamentale è riportare l’uomo verso il giusto processo di maturazione naturale rimuovendo le forzature del sistema educativo e dei modelli culturali egocentrici. Le persone dovrebbero cambiare le loro convinzioni prima di cambiare le loro abitudini di vita. Il processo di cambiamento è complicato e richiede un impegno nell’educazione, divulgazione, organizzazione politica e nell’attivismo. Oggi gli animali da allevamento vivono una vita che non può nemmeno essere definita tale. Privati della luce, dello spazio, del movimento, di un cibo naturale sono trasportati come pacchi ed alterati perfino nelle tecniche di riproduzione. Trattasi di una lunga lista degli orrori che viene tenuta nascosta all’opinione pubblica.

Da più parti si richiede una legislazione più attenta, e, soprattutto, efficaci controlli, per tutelare gli animali che ogni giorno vengono sacrificati in nome della ricerca scientifica, di qui alcuni mettono in dubbio anche l'utilità dei test per l'uomo. Oltre a proporre una dieta vegetariana e l'uso di capi di abbigliamento che non richiedano l'uccisione di animali, sempre più spesso questa sensibilità alla sofferenza, alla violenza ed alla sostenibilità viene estesa a tutti i prodotti di consumo attraverso il commercio equo, investimenti attraverso la finanza etica, all'uso ecologico dei mezzi di trasporto, alla scelta delle vacanze (boicottaggio di regimi o di pratiche barbare nei confronti degli animali), e così via, in un'ottica volta ad orientare ogni scelta verso l'alternativa meno violenta per uomini, animali ed ambiente. Ciò aiuterebbe l’uomo ad uscire dal paradosso che vede l’ipercura per “cani e gatti” tanto da avere scaffali negli ipermercati stracolmi di cibo per questi animali di compagnia a differenza dei miseri spazi messi a disposizione per il commercio equo.

 

Bibliografia

Peter Singer, La liberazione animale, Net 2003

Tom Regan, Gabbie vuote. La sfida dei diritti animali, Sonda 2005

Tom Regan, La mia lotta per i diritti animali, Cosmopolis 2005

Sabrina Tonutti, Diritti animali: storia e antropologia di un movimento, Forum Edizioni 2007

Francesca Rescigno, I diritti degli animali. Da res a soggetti, Giappichelli 2005

Pubblicazione LAV, Animali non bestie. Difendere i diritti, denunciare i maltrattamenti, Edizioni Ambiente 2004

Valerio Pocar, Animali non umani. Per una sociologia dei diritti, Laterza 2005

Giuseppe Barrecca, Animali non umani: responsabilità e diritti. Un percorso storico-filosofico, Unicopli 2003

 

(Scheda realizzata con il contributo di Elvira Corona)

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