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2 febbraio: Giornata delle zone umide in un’Italia che asfalta
Deserti e desertificazione
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Foto: Ambientenergia
Le zone umide regolano e mitigano gli impatti dei cambiamenti climatici, immagazzinando il 35% del carbonio terrestre globale. È quanto rileva il Wwf, in occasione della Giornata Mondiale delle Zone Umide. Le zone umide occupano soltanto il 6% della superficie del pianeta, e quelle che contengono torba rappresentano il più efficiente «magazzino» di carbonio tra tutti gli ecosistemi terrestri: ne trattengono il doppio di quello presente nell’intera biomassa forestale del mondo e per molto tempo, al contrario delle foreste.
Le zone umide sono luoghi preziosi per attività vitali come l’agricoltura e la pesca - producono il 24% del cibo del mondo - e sempre di più anche per il turismo e per le altre attività legate al tempo libero. Sono infine ottime palestre per l’educazione e la divulgazione ambientale. La loro distruzione comporterebbe conseguenze gravissime.
Secondo le stime attuali, infatti, sarebbero circa 771 miliardi di tonnellate di gas serra (soprattutto CO2 e metano) che verrebbero rilasciate da questi ambienti se fossero bonificati, una quantità insomma pari a quella attualmente in atmosfera. Ricoprono inoltre un ruolo fondamentale nell’attenuare gli impatti da eventi climatici estremi e catastrofi naturali, come gli tsunami.
Le zone umide - avverte il Wwf - stanno scomparendo dal pianeta. Nell’ultimo secolo circa il 60% del patrimonio mondiale è andato distrutto e ben il 90% nella sola Europa. Le cause sono tante: il 26% sono state prosciugate per far posto ai coltivi in agricoltura o per dare spazio allo sviluppo urbano; l’inquinamento, la costruzione di dighe, il prelievo non regolamentato da sorgenti e falde, lo sfruttamento delle risorse, ha fatto il resto.
In un rapporto del WWF Internazionale, “The Economic Value of the World’s Wetlands”, sono stati analizzati 89 casi studio ed elaborati dati per una superficie ad area umida di circa 630.000 kmq: si è calcolato che il valore economico di questa area sottoposta a tutela è pari a 3,4 miliardi di dollari l’anno. Se si estende questo valore alla superficie delle zone umide d’importanza internazionale, le cosiddette aree Ramsar, stimato allora intorno ai 134 milioni di kmq, l’annuale valore globale è di 70 miliardi di dollari.
Il Millenium Ecosystem Assessment, stima che l’importanza economica globale delle zone umide è molto variabile, ma con un valore superiore a 15 milioni di miliardi di dollari, cioè più di tre volte del valore globale dei servizi da ecosistemi forestali che è di 4,7 milioni di miliardi. Le zone umide intatte hanno un valore netto pari a 1,6 volte quello delle foreste a conduzione ecosostenibili e 4,5 volte delle foreste a gestione tradizionale.
"L'importanza delle zone umide - hanno dichiarato dalla Lipu - sono molteplici. Innanzi tutto sono serbatoi di biodiversità: paludi, delta dei fiumi, torbiere sono tra gli ambienti a maggiore diversità biologica. Svolgono poi un'importante funzione idrogeologica, come serbatoi di falde acquifere e regolatori delle acque durante le piene. Inoltre sono luoghi importanti dove svolgere attività di educazione e divulgazione ambientale, birdwatching e attività in natura, come le oasi e riserve Lipu, tre delle quali sono anche zone Ramsar: Biviere di Gela (CL), Palude Brabbia (VA) e Paludi Ostiglia (MN). Infine le zone umide presentano aspetti di notevole rilievo culturale (si pensi alle attività umane legate alle torbiere) e scientifiche (legate allo studio dell'ambiente)".
Ma le zone umide sono anche siti sui quali incombono numerose minacce: la cementificazione dei fiumi e il prelievo d'acqua, le attività agricole, la caccia, con migliaia di tonnellate di pallini di piombo lasciati sul terreno o negli stagni, che finiscono nella catena alimentare tramite uccelli e pesci; l'immissione di specie esotiche e l'inquinamento da attività industriali. Tutti fattori che hanno contribuito negli ultimi 50 anni al dimezzamento delle zone umide nel mondo. In Italia due su tre sono andate perse lo scorso secolo.
L’Italia ha perso in 2000 anni una superficie immensa di zone umide. Dei circa 3 milioni di ettari originari, all’inizio del XX secolo ne restavano 1.300.000 ettari fino a precipitare ai 300.000 ettari nel 1991. Oggi ne sopravvivono appena lo 0,2%, tra aree interne e marittime.






