Deserti e desertificazione

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Noi possiamo sopravvivere come specie solo se viviamo in accordo alle leggi della biosfera. La biosfera può soddisfare i bisogni di tutti se l'economia globale rispetta i limiti imposti dalla sostenibilità e dalla giustizia. Come ci ha ricordato Gandhi: La Terra ha abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l'avidità di alcune persone”. (Vandana Shiva)

Introduzione

“Degradazione del suolo in arido, semi arido e secco come risultato di diversi fattori, inclusi i cambiamenti climatici e le attività umane”. Questa è la definizione di desertificazione così come è data nella Convenzione per la lotta alla Desertificazione delle Nazioni Unite (Unccd, United Nations Convention to Combact Desertification).

Queste poche parole racchiudono però concetti molto importanti da tenere presenti quando andiamo a indagare queste tematiche:

1. la degradazione del terreno è graduale.

2. il problema è complesso e legato a molteplici fattori.

3. non si tratta quasi mai di un fenomeno naturale ma è dovuto principalmente alle attività umane e ai cambiamenti climatici.

Quando parliamo di desertificazione non ci riferiamo quindi all'espansione naturale dei deserti presenti sul nostro pianeta ma a un processo di impoverimento della produttività del suolo di cui l'uomo è il principale responsabile.

Dal punto di vista storico la comunità internazionale ha riconosciuto da molto tempo le problematiche legate alla degradazione del suolo. Nel 1977 si tenne la prima Conferenza delle Nazioni Unite sulla Desertificazione (Uncod, United Nations Conference on Desertification) e venne adottato un Piano di Azione per Combattere la Desertificazione (Pacd, Plan on Actions to Combact Desertification). Purtroppo, però, nel 1991 Il Programma per l'ambiente delle Nazioni Unite (Unep, United Nations Environment Programme) dovette constatare che il problema della desertificazione si era intensificato, nonostante ci fossero “esempi locali di successo”. L'anno successivo, quindi, gli sforzi della Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo (Unced, United Nations Conference on Environment and Development) si concentrarono anche sul problema della degradazione del suolo. L'Assemblea appoggiò un nuovo approccio al problema, integrando le soluzioni di carattere internazionale con un approccio locale legato allo sviluppo sostenibile. Nel 1994 venne quindi presentata la Convenzione della Nazioni Unite per la Lotta alla Desertificazione (Unccd), a oggi sottoscritta da 193 paesi.

 

Un problema complesso

Come già accennato prima, quello della desertificazione è un problema molto complesso, difficilmente riducibile a semplici schemi di causa-effetto. Possiamo comunque identificare i principali fattori che conducono a un impoverimento della capacità produttiva del suolo e le loro conseguenze. Cominciamo proprio da queste ultime. Non tutti i suoli degradati sono uguali. L'Unccd identifica tre diversi livelli di inaridimento: secco (dry subhumid), semi arido (semi arid) e arido (arid). A questo potremmo aggiungere l'iper arido (hyper arid) per includere nella nostra analisi anche i deserti naturali. È importante questa distinzione perché “degradato” non è automaticamente sinonimo di “improduttivo”. La sussistenza di quasi un terzo dell'umanità dipende da terreni secchi o aridi.

I deserti naturali rappresentano uno dei molti ecosistemi presenti sulla terra. Con un estensione globale di oltre trenta milioni di chilometri quadrati essi ospitano, considerando anche i margini, oltre 500 milioni di persone, pari all'8% della popolazione globale. Negli ultimi anni, a causa dei cambiamenti climatici, la loro dimensione è andata aumentando con conseguenze spesso negative sui territori adiacenti, anche a causa dell'aumento di tempeste di sabbia. Nonostante questo, anche l'ecosistema deserto appare minacciato dalla crescente pressione delle attività umane. La sfida per un economia sostenibile coinvolge quindi anche questi terreni apparentemente così forti

 

Le conseguenze della desertificazione

Le conseguenze della desertificazione sono molteplici sia a livello locale che globale, e interessano aree che possono essere distanti anche migliaia di chilometri dalla zona degradata. La diminuzione della vegetazione causata dalla desertificazione, ad esempio, causa la formazione di polveri, anche molto sottili, che possono influenzare la formazione di nuvole e di conseguenza le precipitazioni. L'aumento di tempeste di sabbia, legate anch'esse a questi fenomeni di degradazione del suolo, è considerato una delle principali cause dell'aumento di malattie durante la stagione secca. La perdita di terreno coperto da vegetazione riduce inoltre la capacità del suolo di trattenere acqua, causando inondazioni spesso distruttive.

Anche le conseguenze sociali e politiche della desertificazione si estendono alle zone non degradate. Siccità e perdita di produttività dei terreni sono infatti alcune delle principali cause di migrazione. Migrazione che, a sua volta, può influenzare negativamente la possibilità di sfruttamento sostenibile dei territori.

Per quanto riguarda le cause, invece, il ragionamento si sviluppa su due piani: le cause dirette, legate alle dinamiche di sfruttamento del territorio, e lo scenario socio-economico che condiziona queste dinamiche.

 

Le cause dirette

Le cause dirette sono varie. Cerchiamo di elencare le principali. Sopratutto nei paesi in via di sviluppo, nei quali il tasso di crescita della popolazione è molto elevato, vengono coltivati anche in maniera molto intensa dei terreni che non sarebbero adatti all'agricoltura. Questo comporta un rapido deterioramento del suolo che, dopo pochi anni, perde gran parte delle sue capacità produttive.

Il sovrapascolo da parte di una quantità eccessiva di bestiame rende il terreno troppo compatto a causa del calpestio degli animali e ne riduce la capacità di assorbire acqua. Le pratiche di allargamento dei pascoli e dei terreni coltivabili attraverso la distruzione delle foreste per mezzo di incendi hanno effetti devastanti sulla composizione chimica del suolo. Il disboscamento selvaggio, dovuto principalmente alla raccolta di legna (utilizzata anche solo come combustibile) altera pesantemente la capacità del terreno di trattenere l'acqua aumentando l'erosione del suolo. L'eliminazione delle piante, inoltre, riduce l'apporto di humus al suolo, incidendo molto negativamente sulla fertilità del terreno

L'eccessivo accumulo di sali minerali, nocivi per la maggior parte delle piante, riduce la produttività del suolo. L'irrigazione su larga scala di terreni caldi, dove è forte l'evaporazione, conduce quindi ad un accumulo di sali minerali nel terreno e ne abbassa la fertilità. Anche la costruzione di dighe e l'eccessivo sfruttamento della falda in zone costiere hanno lo stesso effetto. Nel primo caso la falda acquifera in prossimità del bacino idrico si innalza, aumentando l'evaporazione. Nel secondo l'utilizzo smodato di una falda in prossimità del mare può causare infiltrazioni di acqua salata all'interno della stessa.

 

Lo scenario socio economico

Circa il 41% della superficie dei continenti è composta da terre secche e in esse vi abitano circa due miliardi di persone. Il 90% di queste ultime si trova nei paesi in via di sviluppo e, considerando i principali indicatori di benessere, coincide con le fasce più deboli della popolazione mondiale. Ad esempio, se analizziamo la mortalità infantile del continente asiatico notiamo che rispetto alle zone montagnose, dove la mortalità è del 37 per mille, nelle zone aride essa è quasi doppia (62 per mille). La differenza si fa ancora più evidente se confrontiamo i dati con quelli dei paesi industrializzati, in cui la mortalità infantile si aggira intorno al 6 per mille. Allo stesso modo, le zone secche corrispondono a quelle con il minor prodotto interno lordo pro capite (al di sotto dei 3.000 $ annui sempre per quanto riguarda l'Asia).

Quando le politiche adottate non sono adeguate, povertà, disagio sociale e desertificazione diventano un circolo vizioso. I modi più semplici ed economici per aumentare la capacità produttiva di un territorio si basano infatti sull'introduzione di impianti d'irrigazione su larga scala e sull'espansione rapida dei terreni agricoli, spesso a discapito delle foreste. Ma se nei primi anni questa strategia può apparire vincente, a lungo andare, come già visto, il terreno si degrada e riduce la sua capacità produttiva. Il risultato finale è quindi quello di aumentare il disagio sociale ed economico.

Non sono però solo le politiche regionali a influenzare l'impoverimento produttivo del suolo. Anche i fenomeni di globalizzazione giocano un importante ruolo, talvolta positivo, talvolta molto negativo. Ad esempio il mercato del cibo negli ultimi decenni è stato sconvolto dalle opportunità di libera circolazione. Infatti, se da una parte il più facile accesso ai fertilizzanti ha aumentato di molto la rendita dei terreni, dall'altra la struttura del mercato internazionale ha favorito una specializzazione della produzione. Molti paesi hanno quindi aumentato la coltivazione di prodotti destinati al mercato internazionale sacrificando la differenziazione. Nelle zone secche, dove storicamente l'economia era legata anche a una serie di attività (raccolta, caccia e allevamento) che non impegnavano eccessivamente le risorse del suolo, questa politica ha spesso sottoposto il suolo a uno sforzo produttivo eccessivo, innescando così il circolo vizioso della desertificazione.

 

Gli sviluppi futuri

Prevedere gli sviluppi di un fenomeno come quello della degradazione del suolo è tanto difficile quanto necessario per capire le conseguenze delle nostre azioni attuali e future. Non si tratta però di studiare un semplice fenomeno fisico: le decisioni politiche che verrano prese, le innovazioni tecnologiche che verranno introdotte, le dinamiche di mercato ma anche più semplicemente il numero di persone che si dovranno sfamare sono tutti fattori che determineranno il modo in cui abiteremo il nostro pianeta nei prossimi decenni.

Per queste analisi, quindi, è necessario ipotizzare degli scenari per il futuro. Ogni scenario corrisponde a un ipotetico approccio al problema e include ipotesi sull'andamento economico, demografico, politico, tecnologico e climatico della terra nei prossimi anni. Il Rapporto di Valutazione dell'Ecosistema del Millennio (Mea o Ma, Millemmium Ecosystem Assesement) ne identifica quattro, basati sulla distinzione di due atteggiamenti rispetto alla gestione del territorio e due differenti scenari politici. Dal punto di vista ecologico la principale alternativa riguarda i tempi di azione rispetto ai problemi. Potremo agire solo quando gli effetti saranno evidenti (modello reattivo) oppure intervenire in maniera preventiva al fine di conservare il territorio (modello proattivo). Gli scenari politici riguardano invece la possibilità delle società e delle economie di svilupparsi in maniera regionale o globale.

Dalla combinazione di queste quattro scelte otteniamo i quattro scenari:

- Mondo globalizzato con gestione reattiva dell'ecosistema, con una particolare attenzione all'equità della crescita economica e alle infrastrutture pubbliche e allo sviluppo dell'educazione (chiamato anche orchestrazione globale)

- Mondo regionalizzato con gestione reattiva dell'ecosistema, con una particolare enfasi agli aspetti della sicurezza e della crescita economica (chiamato anche ordine dalla forza)

- Mondo regionalizzato con gestione proattiva dell'ecosistema, con una particolare attenzione all'adattamento locale (chiamato anche adattamento a mosaico)

- Mondo globalizzato con gestione proattiva dell'ecosistema, con una particolare enfasi sulle tecnologie verdi (chiamato anche giardino tecnologico)

In tutti e quattro gli scenari le aree desertificate sembrano destinate a crescere. Solo il tasso di crescita sarà differente. La povertà e l'utilizzo di metodi di coltivazione insostenibile continueranno a essere le principali cause della desertificazione. I risultati migliori sono quelli ottenuti attraverso una gestione proattiva dell'ecosistema. La globalizzazione, invece, non sembra essere necessariamente un fattore negativo per il degrado del suolo. In essa si trovano maggiori opportunità per il trasferimento di capitali e tecnologie nelle aree interessate dalla desertificazione, ma sarà necessario imparare a cogliere le occasioni che si presenteranno.

 

Soluzioni globali, soluzioni locali

Per combattere la desertificazione e promuovere lo sviluppo di colture sostenibili è quindi necessario un approccio su due livelli, globale e locale.

A livello locale, riabilitare zone già degradate ha un costo molto elevato. Per questo motivo i principali sforzi si concentrano sulla prevenzione. Creare una “cultura della prevenzione”, sia a livello sociale che politico, diventa quindi la strategia migliore per conservare gli ecosistemi fragili. In questo tipo di approccio la peculiarità di ogni singola situazione gioca un ruolo molto importante. A livello operativo, quindi, grande attenzione viene data al coinvolgimento dei giovani nei programmi di sviluppo. Numerosi casi di successo hanno poi dimostrato che migliorando le pratiche agricole e di allevamento secondo i canoni della sostenibilità è possibile proteggere il suolo da fenomeni di desertificazione.

Anche la gestione dell'acqua e del territorio forestale risultano essere strumenti molto importanti per prevenire il degrado. Spesso però il vero ostacolo all'adozione di tali soluzione sta nell'impossibilità di azione da parte delle comunità locali, sia per motivi economici che di struttura politica. Per questo motivo sono necessarie anche misure e riforme globali che riescano a dare ai singoli territori gli strumenti economici e l'autonomia necessari.

 

Clima e desertificazione

La dimensione globale del fenomeno desertificazione non si ferma però solo alle dinamiche socio – economiche. L'altro importante fattore di cui dobbiamo tener conto nella nostra analisi è il cambiamento climatico.

Questo incide sul problema della desertificazione in due maniere distinte. Da una parte influenza l'espansione dei deserti naturali. Dall'altra, l'incremento di eventi meteorologici intensi quali alluvioni e periodi di forti siccità favorisce l'erosione del suolo. A questo va aggiunta la diminuzione della portata media annua dei grandi fiumi causata dallo scioglimento dei ghiacciai delle grandi catene montuose, come ad esempio quella dell'Himalaya.

L'espansione delle terre desertificate, inoltre, innesca nel sistema climatico quello che viene chiamato un feedback positivo (o circolo vizioso). Accade cioè che più le terre desertificate sono vaste maggiore è la velocità a cui crescono. Il motivo è abbastanza facile da capire: aumentare le terre desertificate significa togliere spazio a tutti quegli elementi naturali, foreste ma anche campi coltivati, che nel sistema climatico hanno la funzione di moderare la presenza di anidride carbonica in atmosfera. Questo porta ad un aumento di CO2 in atmosfera, che a sua volta conduce ad un innalzamento della temperatura del pianeta. Temperature più elevate accelerano i processi di desertificazione e tolgono quindi spazio a foreste e campi coltivati. Questo ci riconduce all'inizio del nostro circolo vizioso.

Il problema della desertificazione rappresenta quindi una delle tante sfide per la salvaguardia del pianeta che l'umanità sta già affrontando e che diventerà sempre più importante e decisiva nei prossimi decenni. Molte sono le strade che si possono percorrere per raggiungere l'obiettivo e ancora più numerose le storie di successo di questi ultimi anni. Sta a noi, ora, metterci in gioco per garantire un futuro sostenibile al nostro pianeta.

 

Documenti:

Documenti sulla desertificazione prodotti dal Comitato Scientifico Francese per la Desertificazione

Documentazione ufficiale dell' UNEP sui deserti.

 

(Scheda realizzata con il contributo di Matteo Conci)

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Video

Giornata mondiale della desertificazione 2010