Ecomafia 2016 e il business dei reati ambientali

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Foto: Vita.it

Dopo anni di crescita pressoché ininterrotta da quando nel lontano 1994 Legambiente coniò la parola “ecomafia”, nel 2015 cala il numero dei reati ambientali censiti dal Cigno verde all’interno del rapporto Ecomafia 2016, le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia (edito da Edizioni Ambiente con il sostegno di Cobat, 22€). «Gli illeciti ambientali accertati sono 27.745 – snocciolano da Legambiente – Per dirla in altro modo, più di 76 reati al giorno, più di 3 ogni ora. Salgono a 188 gli arresti, mentre diminuiscono le persone denunciate, 24.623, e i sequestri, 7.055. In calo le infrazioni nel ciclo del cemento e dei rifiuti».

Perché quest’inversione di tendenza nell’ecomafia? Trattando di un mondo sommerso e misconosciuto nelle sue reali dimensioni, la risposta non può che procedere a tentoni. Legambiente mette in prima fila «numeri e risultati che raccontano il lento ma grande cambiamento che ha preso il via nel 2015, con l’approvazione della legge sugli ecoreati, e continua nel 2016, anno in cui si cominciano a raccogliere i primi frutti di un’azione repressiva più efficace e finalmente degna di un paese civile che punisce davvero chi inquina». I dati sull’effettiva “punizione” lasciano sospesi molti interrogativi, visto il consistente numero di prescrizioni permesse proprio dai meccanismi della legge 68/2015, ma in questo conteso è di maggiore interesse guardare alle dinamiche che si muovono al di là della normativa sugli ecoreati.

Il business delle ecomafie nel 2015 è stato di 19,1 miliardi di euro, quasi tre miliardi in meno rispetto all’anno precedente (22 miliardi di euro). Con lucidità Legambiente osserva come sia «un calo dovuto principalmente alla netta contrazione degli investimenti a rischio nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, che hanno visto nell’ultimo anno prosciugare la spesa per opere pubbliche e per la gestione dei rifiuti urbani sotto la soglia dei 7 miliardi (a fronte dei 13 dell’anno precedente)». Il nesso con l’ecomafia è presto fatto: «La corruzione rimane un fenomeno dilagante – ricorda Legambiente, e anche la cronaca di questi giorni – è il volto moderno delle ecomafie che colpisce ormai anche il nord Italia».

Dunque, al Sud gli investimenti in opere pubbliche e per la gestione dei rifiuti urbani (che a loro volta sono appena un quarto dei rifiuti speciali) sono letteralmente crollati, quasi dimezzati: da 13 a 7 miliardi di euro. Conseguentemente, anche l’ecomafia ha perso terreno, realizzando però solo una leggera flessione: -2,9 miliardi di euro. In compenso è concretamente possibile che il crollo di investimenti sia andato ad acuire la cronica mancanza di impianti per la gestione del ciclo integrato dei rifiuti – urbani, in questo caso. Per i rifiuti speciali, invece, che il Cigno verde descrive come «il più pericoloso campo d’attività delle ecomafie e uno tra i business illegali più redditizio» i dati sono ancora più sfumati. Da ultimo il rapporto Materia rinnovata, presentato proprio al Forum rifiuti di Legambiente, ha confermato quanto sia indietro la contabilità e la conoscenza dei flussi di materia che attraversano legalmente la nostra economia, figurarsi per quella fetta di sommerso. Persi profitti da un lato, l’ecomafia però non si sgomenta e recupera su altri fronti e con maggior vigore proprio al Sud. «Nonostante il calo complessivo dei reati nel 2015, cresce l’incidenza degli illeciti nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), dove – informa Legambiente – se ne sono contati ben 13.388, il 48,3% sul totale nazionale».

In tutta Italia crescono gli illeciti legati alla filiera dell’agroalimentare, i reati contro gli animali e gli incendi – che hanno mandato in fumo più di 37.000 ettari, con un’impennata che sfiora il 49% –, come anche l’abusivismo edilizio: secondo le stime del Cresme, se nel 2007 pesava per circa l’8% sul totale costruito, nel 2015 «la percentuale è pressoché raddoppiata e destinata in prospettiva a crescere anche negli anni a seguire. Detta in altro modo, nel 2015 sarebbero stati costruiti altri 18.000 immobili completamente fuori legge». Anche in questo caso, fino a che a controlli (e sanzioni) ferree non si accompagneranno alla chiarezza normativa indispensabile allo sviluppo della eco-economia, sarà l’eco-mafia a farla da padrone. Meno leggi dunque, ma scritte meglio, più stabili e concretamente applicate. Altrimenti anche quelle prodotte con le migliori attenzioni, si pensi al Codice degli appalti, diventano deleterie: «Mancano 44 delle 54 linee guida che l’Anac doveva emanare», denunciano ad esempio oggi dalla Confartigianato Toscana parlando per un’area dove le gare per i lavori pubblici sono crollati del 70% a maggio 2016 rispetto a un anno prima.

Che fare? «La prevenzione è la moneta buona che scaccia quella cattiva – commenta Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente – è necessario creare lavoro, filoni di sviluppo economico e produttivo nei territori più a rischio, sostenere le centinaia e centinaia di cooperative e di imprese, che anche nel sud stanno cercando di invertire la rotta, puntando su qualità ambientale e legalità. E nel prevenire le ecomafie, oltre all’impegno dei territori e dei singoli cittadini, è importante una presenza costante dello Stato che deve essere credibile e dare risposte sempre più ferme».

Luca Aterini da Greenreport.it

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