Pesca illegale: l’Italia di nuovo nella lista nera statunitense

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La nave di Greenpeace Arctic Sunrise intercetta una spadara italiana - Foto: ©Greenpeace

L’Italia è finita per la seconda volta consecutiva nella “black list” del Noaa (National Oceanic and Atmospheric Admistration) per la “pesca illegale, non dichiarata e non documentata”. L’Agenzia federale statunitense ha inserito il nostro paese tra le nazioni che non hanno attivato adeguate misure di contrasto alle attività di pesca illegale. Con l'Italia altri cinque paesi: Colombia, Ecuador, Panama, Portogallo e Venezuela. Le attività di pesca illegale con le spadare o le ferrettare – come avviene da oltre un decennio – e l’inefficacia delle sanzioni applicate sono le accuse principali mosse all’Italia. Il Noaa indica chiaramente “la necessità di stabilire misure addizionali per fermare questo tipo di attività includendo l’implementazione di sanzioni più severe”.

“L’analisi del Noaa rispecchia esattamente ciò che da anni Marevivo, Greenpeace, Wwf, Legambiente e Lav denunciano, tanto che all’interno del rapporto sono state citate le segnalazioni e i rapporti sulla pesca illegale italiana che noi stessi abbiamo segnalato alle autorità e pubblicato”– dichiarano i rappresentanti delle associazioni ambientaliste. “La mancata applicazione di sanzioni efficaci e della sospensione della licenza di pesca rappresentano il nodo principale della questione e contrastano fortemente con le recenti dichiarazioni del Ministro Galan sulla famigerata ‘Tolleranza Zero’, di fatto mai concretamente applicata. Ricordiamo, infatti, che queste misure sono previste dal Decreto Ministeriale del 14 ottobre 1998, ma non sono mai state applicate dalle autorità italiane”.

Per questi motivi e per la carenza nei controlli, l’Italia ha subito processi di infrazione e accertamenti che hanno comportato la richiesta di restituzione di oltre 7 milioni di euro nel 2008 da parte dalla Commissione Europea al nostro Paese. Cifra questa che il Ministero smentisce di dover pagare ma che, nella realtà dei fatti, il Governo italiano ha già dovuto rimborsare. “Ai processi di infrazioni e alle richieste di rimborso – aggiungono i rappresentanti delle associazioni ambientaliste – si potrebbero aggiungere adesso ulteriori sanzioni che gli Stati Uniti prevedono di applicare la flotta italiana, alla quale potrà ad esempio essere negato l’accesso ai porti statunitensi e il bando delle importazioni di alcuni prodotti ittici. Oltre quindi ai gravi danni all’ambiente marino, la pesca illegale pesa negativamente sulla tasche dei cittadini e sulla stessa credibilità del nostro paese a livello internazionale”.

Le organizzazioni ambientaliste hanno richiesto un incontro urgente con il Ministro Galan per valutare azioni immediate e di più severo contrasto all’illegalità e a sostegno della pesca sostenibile.

“E’ soprattutto grazie al lavoro svolto da Greenpeace – riporta l’associazione – che l'Agenzia federale statunitense ha inserito, per ben due volte, il nostro Paese nella lista. Nel rapporto del 2009, infatti, si erano usate le segnalazioni fatte dalla nostra nave, l'Arctic Sunrise, impegnata in un tour del Mediterraneo, tra cui quella del peschereccio Diomede II, dove i nostri attivisti hanno sequestrato ben due chilometri di reti spadare. Per il rapporto 2011 tra le infrazioni si elenca l'altrettanto nota Federica II, scoperta sempre da Greenpeace a fare pesca illegale con spadare al largo delle coste siciliane”.

Il documento del Noaa riferisce dell’uso ormai diffusissimo di reti da pesca illegali, eccessi nella caccia di specie protette da restrizioni internazionali e di metodi non a norma di legge per catturare il sempre più raro tonno a pinne blu, tra le altre violazioni. Un emendamento del 2006 alle leggi federali sulla pesca affida al Noaa il compito di investigare e denunciare al Congresso le flotte delle nazioni che si avvalgono di metodi illegali o non regolari, e con queste lavorare per rientrare nella norma. I paesi che entro due anni non si sono adeguati alle direttive possono essere sottoposti a sanzioni economiche.

I paesi citati nel rapporto dell’anno passato – Cina, Francia, Libia, Italia, Panama e Tunisia – hanno compiuto passi in avanti per interrompere le pratiche di pesca illegali e sono stati certificati come nuovamente rientranti nelle norme internazionali. Tuttavia – sottolinea la nota – i pescherecci di Italia e Panama hanno continuato ad esercitare le proprie attività in modo non regolare, facendo così nuovamente sorgere delle violazioni. Nel nostro paese, in particolare, un gran numero di imbarcazioni è stato multato per l’utilizzo di reti fuori legge e per la cattura di specie protette nel corso degli ultimi due anni. Si tratta, però, di sanzioni di meno di 4 mila dollari per ogni irregolarità, troppo poco per dissuadere i pescatori italiani dal continuare ad utilizzare questi metodi. [GB]

 

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