Conservazione

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“Gli scienziati come i poeti mostrano che le traiettorie della natura e dell'umanità sono indissociabili, che la nostra comunanza di origine è anche la nostra comunanza di destino (...) Abbiamo strumenti formidabili per arginare la carestia e salvare la Terra, quello che manca è una volontà comune”. (Nicolas Hulot, Giornalista ecologista)

 

Introduzione

Quando si parla di conservazione si fa spesso riferimento alla tutela dell'ambiente e delle specie, minacciati di degrado o di estinzione, ma la complessità delle dinamiche ecologiche ha imposto un allargamento del concetto anche ad altri tipi di intervento. La difesa dell'ambiente naturale interessa anche la gestione del paesaggio e del territorio, il ripristino degli habitat, la difesa dell'ambiente dalle varie forme di inquinamento, i programmi di sviluppo sostenibile e, più in generale, ogni attività che mira a recuperare un equilibrio ecologico. Problemi come la riduzione delle emissioni di gas serra e di sostanze inquinanti o il progressivo depauperamento delle risorse ittiche richiedono un'azione coordinata a livello internazionale. La salvaguardia dell'ambiente a livello globale è legata al controllo dell'incremento demografico mondiale e a un uso più razionale delle risorse e dell'energia.

 

Le risorse naturali

Le risorse naturali si distinguono in rinnovabili e non rinnovabili, a seconda che, una volta sfruttate, possano essere rigenerate oppure no. La fauna e la flora sono considerate risorse rinnovabili. Le risorse non rinnovabili sono invece quelle che non possono essere rigenerate o che possono farlo ma solo in tempi geologici; per esempio i combustibili fossili come carbone, petrolio e gas naturale, i minerali. Si comprende dunque l'importanza della tutela delle risorse per garantirne la loro sopravvivenza e conservazione.

Esistono varie iniziative che si pongono questo obiettivo, per quanto riguarda la conservazione delle foreste, la loro tutela è affidata a strategie di protezione su vasta scala legate a convenzioni internazionali e a politiche locali e a programmi di gestione silvicola razionale. Uno strumento fondamentale di difesa del patrimonio boschivo consiste nel costante monitoraggio dello stato fitosanitario. Un eccessivo sfruttamento del suolo convertito a pascolo ha portato alla desertificazione di vasti territori. La difesa dei terreni da pascolo si fonda principalmente sull'adozione di tecniche di sfruttamento sostenibile e limitato delle piante da foraggio, in modo da consentirne la crescita e la riproduzione.

La conservazione delle specie selvatiche invece si basa, in primo luogo, sulla difesa degli habitat naturali in cui tali specie vivono, così da consentirne la crescita e la riproduzione. La bonifica dei territori, l'espansione urbanistica e la frammentazione degli ambienti naturali in aree poco estese alternate ad ambienti fortemente antropizzati minacciano l'esistenza di intere comunità animali, causando la rarefazione o l’estinzione delle specie più fragili da un punto di vista ecologico.

Un problema al quale si è cercato di rimediare con l'istituzione di parchi e oasi faunistiche che sono una parte dei piani e delle politiche di conservazione delle specie. Nell’ambito della conservazione del territorio, un ruolo rilevante ha la protezione delle zone umide, poiché paludi e acquitrini fungono spesso da bacino di riserva per le falde acquifere, trattenendo l'acqua piovana e scaricandola gradualmente e lentamente nel sottosuolo. Per questo è importante stabilire quale sia la composizione e la capacità di carico del suolo di una determinata area e, attraverso la valutazione di impatto ambientale (V.I.A.), stimare l’effetto sul territorio delle attività umane.

L'Unione europea con la convenzione di Arahus in vigore dal 2001, è convinta che un maggiore coinvolgimento e una più forte sensibilizzazione dei cittadini nei confronti dei problemi di tipo ambientale conduca ad un miglioramento della protezione dell'ambiente. Essa intende contribuire a salvaguardare il diritto di ogni individuo, delle generazioni attuali e di quelle future, di vivere in un ambiente atto ad assicurare la sua salute e il suo benessere. Per raggiungere tale obiettivo, la convenzione propone di intervenire in tre settori: assicurare l'accesso del pubblico alle informazioni sull'ambiente detenute dalle autorità pubbliche; favorire la partecipazione dei cittadini alle attività decisionali aventi effetti sull'ambiente; estendere le condizioni per l'accesso alla giustizia in materia ambientale.

Altra forma importante di protezione dell'ambiente è l'istituzione di parchi e riserve, attraverso questo sistema, in Italia sono tutelati oltre due milioni e mezzo di ettari di territorio, oltre l'8% della superficie totale della penisola. Un'efficace strategia di difesa dei suoli prevede anche un razionale uso del territorio e sfruttamento del suolo, che cerchi di conciliare le esigenze sociali ed economiche con la reale disponibilità di risorse naturali sul territorio. E' fuori dubbio infatti che la conservazione del suolo richiede una riduzione delle varie forme di inquinamento di origine urbano-industriale.

A livello internazionale sono tre le convenzioni più importanti che trasversalmente, sono legate alla conservazione: la convenzione quadro sui cambiamenti climatici (.pdf); la convenzione sulla biodiversità (.pdf); la convenzione per la lotta contro la desertificazione . Esistono numerosi elementi di convergenza tra le tre Convenzioni dell'ONU che riguardano l'ambiente. Le tre convenzioni mettono in evidenza la necessità di una migliore comprensione dell'impatto che le attività umane hanno sull'ambiente globale e sulle loro ricadute sulla componente terrestre e sui sistemi viventi.

 

Il Patrimonio culturale

La conservazione riguarda una vasta ed eterogenea tipologia di componenti. La Conferenza generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO), riunita a Parigi dal 17 ottobre al 21 novembre 1972, ha costatato che non sono in pericolo solo le risorse naturali, ma anche quelle considerate culturali. Patrimonio culturale e patrimonio naturale sono minacciati di distruzione sia dalle cause tradizionali di degradazione, ma anche dall’evoluzione della vita sociale ed economica che aggrava la situazione con fenomeni di alterazione o distruzione ancora più pericolosi.

La degradazione o la sparizione di un bene del patrimonio culturale e naturale rappresenta un impoverimento del patrimonio di tutti i popoli del mondo, e la protezione di questo patrimonio su scala nazionale rimane spesso incompleta sia per l’ampiezza dei mezzi necessari per garantirne la conservazione sia per l’insufficienza delle risorse economiche, scientifiche e tecniche del paese sul cui territorio il bene da tutelare si trova.

Dinanzi all’ampiezza e alla gravità dei nuovi pericoli la collettività internazionale si è fatta carico di partecipare alla protezione del patrimonio culturale e naturale di valore universale eccezionale mediante un’assistenza collettiva che, senza sostituirsi all’azione dello Stato interessato, tenta di completarla. Sono indispensabili quindi le disposizioni convenzionali per attuare un efficace sistema di protezione collettiva del patrimonio di valore universale eccezionale.

 

I Patrimoni dell'Umanità

L’identificazione, la protezione, la tutela e la trasmissione alle generazioni future dei patrimoni culturali e naturali di tutto il mondo è la missione principale dell'Unesco. Sulla base di un trattato internazionale conosciuto come Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Mondiale, culturale e naturale, l’UNESCO ha finora riconosciuto un totale di 878 siti (679 beni culturali, 174 naturali e 25 misti) presenti in 145 Paesi del mondo.

Attualmente l'Italia è la nazione che detiene il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell'umanità. Secondo la Convenzione, per patrimonio culturale si intende un monumento, un gruppo di edifici o un sito di valore storico, estetico, archeologico, scientifico, etnologico o antropologico. Il patrimonio naturale, invece, indica rilevanti caratteristiche fisiche, biologiche e geologiche, nonché l'habitat di specie animali e vegetali in pericolo e aree di particolare valore scientifico ed estetico.

Il Patrimonio rappresenta l’eredità del passato di cui noi oggi beneficiamo e che trasmettiamo alle generazioni future. I siti del Patrimonio Mondiale appartengono a tutte le popolazioni del mondo, al di là dei territori nei quali esse sono collocati. Attraverso l’azione del Comitato intergovernativo per il Patrimonio Mondiale, l’UNESCO incoraggia i Paesi Membri ad assicurare la protezione del proprio Patrimonio naturale e culturale attraverso:

  • l’adozione di una politica generale intesa ad assegnare una funzione strategica al patrimonio culturale e naturale nella vita collettiva e integrando la protezione di questo patrimonio nei programmi di pianificazione generale;
  • l’istituzione sul territorio, ove non esistano ancora, di uno o più servizi di protezione, conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale e naturale, dotati di personale appropriato, provvisto dei mezzi necessari per adempiere i compiti che gli incombono;
  • lo sviluppo di studi e ricerche scientifiche per perfezionare i metodi di intervento che permettono a uno Stato di far fronte ai pericoli che minacciano il proprio patrimonio culturale o naturale;
  • l’istituzione o lo sviluppo di centri nazionali o regionali di formazione nel campo della protezione, conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale e naturale e promuovere la ricerca scientifica in questo campo.

 

L’impronta ecologica

La conservazione fa parte del cammino verso lo sviluppo sostenibile, è necessario essere in grado non solo di definire, ma anche di misurare i vari aspetti della sostenibilità: i limiti che ci impone la natura, il nostro impatto su di essa e la nostra qualità della vita. Gli indicatori ambientali, sociali, economici, di sostenibilità, settoriali, aggregati, consentono oggi di fornire informazioni sempre più tempestive, accessibili e affidabili.

Uno di questi metodi di misurazione è l'impronta ecologica, che misura la porzione di territorio sia essa terra o acqua, di cui una popolazione necessita per produrre in maniera sostenibile tutte le risorse che consuma e per smaltirne i rifiuti. L'indice è stato elaborato a cavallo tra gli anni 80 e i 90, da parte dell'ecologo William Rees dell'Università della British Columbia in Canada e dai suoi collaboratori, primo fra tutti Mathis Wackernagel, che oggi è divenuto il maggiore esperto e divulgatore internazionale di questo metodo di valutazione.

L'analisi dell'impronta ecologica mira al superamento di alcuni problemi relativi alla valutazione della capacità di carico (la carrying capacity) della specie umana, capovolgendo completamente la domanda tradizionale: invece di chiedersi quante persone può sopportare la Terra, il metodo dell'impronta si chiede quanta terra ciascuna persona richiede per essere supportata. Diventa fondamentale prendere in considerazione non solo il numero delle persone ma anche le tipologie di produzione e i modelli di consumo.

I calcoli dell'impronta ecologica si basano sulla possibilità di stimare, con ragionevole accuratezza, le risorse che consumiamo e i rifiuti che produciamo, e sulla possibilità che questi flussi di risorse e di rifiuti possano essere convertiti in una equivalente area biologicamente produttiva, necessaria a garantire queste funzioni. Se lo spazio bioproduttivo richiesto è maggiore di quello disponibile, significa che il tasso dei consumi non è più sostenibile. Grazie anche a questi metodi di misurazione cresce la consapevolezza che il nostro impatto sui sistemi naturali è ormai giunto a livelli di allarme, e mette in guardia da una probabile irreversibilità.

Nonostante aumenti la sensibilizzazione di base sui problemi ambientali e sulle loro connessioni sociali ed economiche, non sembra contemporaneamente crescere un impegno diretto dei singoli individui nel modificare il proprio impatto sulle risorse della Terra. Nel 1997, in occasione del vertice a Rio de Janeiro dedicato a riflettere su cosa fosse avvenuto cinque anni dopo il grande Summit della Terra promosso dall'Onu, tenutosi nel giugno 1992, Wackernagel ha predisposto con altri sei collaboratori un ampio lavoro dedicato al calcolo delle impronte ecologiche di 52 Paesi del mondo che ospitano l'80% della popolazione mondiale e il 95% del prodotto interno mondiale.

Wackernagel e il suo gruppo hanno poi ulteriormente aggiornato i dati sulle impronte dei vari Paesi, ampliandoli a tutte le nazioni del mondo e pubblicandoli, per la prima volta, nel rapporto Living Planet Report 2000 (.pdf) del WWF che è stato aggiornato nel Living Planet Report 2002. In questo lavoro, per la prima volta, è stata realizzata un'analisi del trend dell'impronta ecologica della popolazione a livello mondiale dal 1961 al 1999, dimostrando che essa è aumentata di circa l’80%. In pratica, è come se utilizzassimo la produttività biologica totale calcolata nell'impronta ecologica di più di 1,2 pianeti Terra.

 

Conclusioni

Le misure finalizzate alla conservazione finora adottate non sono sufficienti e alcune sono dubbie o ambigue. Il protocollo di Kyoto (in .pdf), adottato per diminuire l'effetto serra, paradossalmente ha finito per avvantaggiare l'industria nucleare e anche molte altre cosiddette soluzioni al cambio climatico non solo non hanno portato ad alcun successo ma addirittura permettono ai maggiori inquinatori di continuare a emettere i loro veleni nell'ambiente.

Secondo l'associazione per i popoli minacciati l'ONU, la Banca Mondiale, i governi e anche qualche ONG sostengono però una miriade di finte soluzioni alcune delle quali violano pesantemente i diritti delle popolazioni indigene, anch'esse necessarie di tutela perchè a forte rischio di estinzione. Il mercato del carbonio di fatto privatizza l'aria e commercializza l'atmosfera. Il progetto della Banca Mondiale e di alcuni governi REDD (Reducing Emissions from Deforestation and Degradation) distribuisce i cosiddetti "carbon credits" a chi promette di non deforestare boschi e piantagioni e di contribuire in questo modo alla riduzione delle emissioni dovute alla deforestazione.

Si attribuisce così un valore commerciale al carbonio contenuto negli alberi e si finisce per privatizzare i boschi. Un ulteriore problema sta nel fatto che l'ONU definisce i boschi includendo anche le piantagioni a monocultura di alberi. Si tratta di piantagioni ottenute grazie alla preventiva deforestazione e quindi con la distruzione della biodiversità del luogo. Il progetto REDD potrebbe così finire per promuovere una massiccia appropriazione di terra e boschi, che si traduce nel furto della terra alle popolazioni indigene che abitano la maggior parte delle foreste ancora esistenti del pianeta. Le stesse Nazioni Unite hanno riconosciuto l'esistenza di queste falle nel sistema REDD ma ha avviato ugualmente la sperimentazione del progetto.

Anche l'idea di creare sementi di alberi e piante geneticamente modificate comporta dei rischi visto che si tratterebbe di piante che non possono riprodursi e andrebbero a minacciare l'esistenza delle piante originarie e di tutto l'ecosistema ad esse collegate, e quindi anche la sopravvivenza delle popolazioni indigene. La maggior parte delle soluzioni finora proposte nascono da interessi economici, e sono spesso sostenute e avviate nell'ambito delle conferenze internazionali.

Le azioni dell'uomo sull'ambiente sono sempre più distruttive e la consapevolezza che senza la sua conservazione l'uomo neppure potrebbe vivere sulla Terra ha favorito la fondazione di molte associazioni e organizzazioni che si interessano della conservazione dell'ambiente, con il fine di proteggerlo e difenderne i “diritti”. Risulta di fondamentale importanza sensibilizzare la coscienza al rispetto alla conservazione a tutti i livelli. Sono numerose le organizzazioni che con varie iniziative lavorano in questo senso, dal WWF a Legambiente, alle associazioni che si occupano di proteggere le popolazioni minacciate e la biodiversità.

 

Bibliografia

Peter Davis, Musei e ambiente naturale. Il ruolo dei musei di storia naturale nella conservazione della biodiversità, Clueb 2008

Paolo Orefice, La ricerca azione partecipativa. Teoria e pratiche. Vol. 2: La creazione dei saperi nell'educazione ambientale degli adulti in Europa e nello sviluppo umano internazionale, Liguori 2006

M. Montini, M. Alberton, la governance ambientale europea in transizione, Giuffrè 2008

(Scheda realizzata con il contributo di Elvira Corona)

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