Bolivia: contro i cambiamenti climatici difendere la Pachamama

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Manifestazioni a Cancun - Foto: Atoz

Tutti tranne la Bolivia. Tutti i paesi Parte della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici hanno espresso il loro consenso al “pacchetto equilibrato” di accordi negoziati all'ultima COP 16 conclusasi la scorsa settimana a Cancun. Ma come dice il regolamento della UNFCCC (in.pdf), perché siano adottati devono avere il consenso di tutte la Parti della Convenzione, e la Bolivia aveva invece chiaramente espresso il suo dissenso.

“Un precedente pericoloso e funesto” secondo l'ambasciatore boliviano all'Onu Pablo Solon, mentre per Patricia Espinosa, ministro degli esteri messicano e Presidente di turno della Conferenza “la regola del consenso non significa unanimità”. Ne è nato un dibattito tra i due. L'una ha affermato che “il compito della presidenza messicana è stato quello di ascoltare tutte le parti, incluso i fratelli boliviani. Adesso non posso ignorare la visione e le richieste di 193 Stati Parte”.

Dal canto suo Solon ha definito come un “attentato” il fatto che l'assemblea abbia approvato un testo nonostante la sua opposizione: “non possiamo infrangere le regole che ci siamo dati. Qui la regola per l’adozione è il consenso e prima che lei battesse il suo martelletto abbiamo chiaramente manifestato che non esiste un consenso e che la Bolivia non appoggia questa decisione - aveva dichiarato Solon. Oggi sarà la Bolivia, domani sarà qualche altro paese. Quello che sta succedendo qui è un attentato contro le regole che disciplinano la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite. Neanche a Copenaghen è successa una cosa del genere” ha concluso il delegato boliviano, annunciando che il suo paese si appellerà a tutti gli organismi internazionali contro questa decisione.

Le motivazioni date da Solon per non aver approvato il testo sono che a suo parere il documento prodotto (in.pdf) è troppo debole, praticamente una copia di quello che alcuni paesi hanno tentato d’imporre a Copenaghen un anno fa, nel quale non si arrivò ad accordi specifici. Non v'è, inoltre, nessuna garanzia che ci sarà un seguito al Protocollo di Kyoto ed i deboli impegni di riduzione delle emissioni presi porteranno il pianeta a un aumento della temperatura di 4 gradi. Altra questione controversa è quella che fa riferimento al Fondo Verde (per aiutare i paesi in via di sviluppo nel finanziamento di progetti per far fronte ai cambiamenti climatici) affidato - almeno inizialmente - alla Banca Mondiale, organismo inaccettabile per la Bolivia ma anche per altri paesi e per la società civile.

Nonostante le sollevazioni della delegazione boliviana l'accordo ha avuto l'ok sia dagli “alleati di sempre” della Bolivia, i restanti paesi dell'ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América) che da quei paesi che partivano da posizioni molto lontane, come Giappone - che a inizio negoziati aveva fatto perdere molte speranze dichiarando di non volersi impregnare a nessun Kyoto 2.

Inoltre vi sono gli Stati Uniti che, oltre a non aver mai ratificato Kyoto, hanno sempre giocato il ruolo delle parti con la Cina. Insieme si contendono il primato di maggiori inquinatori del pianeta ma non prendono nessun impegno vincolante finché non è l'altro ad iniziare. In effetti il testo del documento non contiene nessun impegno vincolante - e probabilmente proprio per questo che s’è trovato un accordo - ma a detta di molte Ong - ci sono tutti i presupposti e le basi per il futuro.

Nei giorni immediatamente successivi alla conclusione del Vertice Onu, quando quasi tutta la stampa del mondo dava come un successo l'esito della Conferenza, il Presidente boliviano Evo Morales ha annunciato ufficialmente che il suo paese ricorrerà alla Corte di Giustizia Internazionale dell'Aia per chiedere che il testo conclusivo del Vertice sul Clima di Cancun sia annullato dato che “sono state imposte senza consenso e minacciano la vita umana e quella del pianeta”.

L'attenzione di Morales non è solo a parole. Il paese sudamericano s’è mostrato anche in questa occasione internazionale tra i paesi più propositivi rispetto ai cambiamenti climatici, vicino alle richieste delle persone che stanno subendo i danni, sopratutto nei paesi più poveri che paradossalmente poi sono quelli che hanno minori responsabilità nell'inquinamento del pianeta. Gli stessi giorni in cui i delegati di 194 paesi si riunivano nella cittadina messicana il parlamento boliviano approvava la “Legge sui diritti della Madre Terra”. Una legge che definisce la Madre Terra come un sistema vivente dinamico composto dalla comunità indivisibile di tutti i sistemi di vita e gli esseri viventi, interconnessi, interdipendenti e complementari, che condividono un destino comune.

Nella sua versione breve si compone di tre capitoli e dieci articoli, in cui vengono sanciti e principi fondamentali: armonia, bene comune, garanzia di rigenerazione, no mercantilizzazione e interculturalità. La Madre Terra viene per la prima volta dichiarata soggetto collettivo di interesse pubblico e dà a tutti i boliviani e le boliviane i diritti stabiliti dalla legge, riconoscendoli esseri viventi che la compongono. La legge definisce sia i diritti della Madre Terra sia i doveri dello Stato Plurinazionale, con particolare riguardo allo sviluppo delle politiche pubbliche in difesa della Madre Terra, e alle forme a ai modelli di produzione e di consumo in equilibrio con il Buen Vivir e in armonia con la Pachamama.

"Se vogliamo difendere i diritti umani il modo migliore è difendere i diritti della Madre Terra. Sarà un'altra battaglia internazionale e chiediamo ai popoli del mondo ad unirsi a noi in questa lotta contro il cambiamento climatico”, ha dichiarato il presidente Morales.

Elvira Corona inviata Unimondo

 

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