Cambiamento climatico [RSS]

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"Non è un problema di ricchi o poveri, di nord o sud. Si verifica in tutte le regioni".
(Ban Ki Moon, Davos, 2008)

Introduzione

C’era una volta il clima! La parola clima viene dal greco klima che vuol dire “inclinato”: il clima infatti è in massima parte una funzione dell’inclinazione dei raggi solari sulla superficie della Terra al variare della latitudine ed è definito come lo stato medio del tempo atmosferico, cioè delle condizioni che tendono a ripetersi stagionalmente in varie aree geografiche, rilevate nell’arco di almeno 20-30 anni. Molti dei parametri che influenzano il clima sono in lento, ma continuo mutamento tanto che il clima di per sé, sul medio-lungo periodo, non è mai puramente statico, ma sempre alla ricerca di un nuovo equilibrio all’interno del sistema climatico. Negli gli ultimi 150 anni, però, la comunità scientifica ha cominciato ad accostare il clima alla parola cambiamento o mutamento riferendosi non più a cambiamenti naturali, ma dovuti all’azione dell’uomo. In particolare secondo l’Intergovernmental Panel on ClimateChange (IPCC), “Oggi il riscaldamento del sistema climatico è inequivocabile, e, dal 1950, molti dei cambiamenti osservati sono senza precedenti. L’atmosfera e gli oceani si sono riscaldati, la massa di neve e ghiaccio è diminuita, il livello del mare è aumentato, e soprattutto sono aumentate le concentrazioni di gas ad effetto serra”. Per questo il cambiamento climatico rappresenta una delle maggiori sfide che l’umanità dovrà affrontare nei prossimi anni. I rischi per il pianeta e per le generazioni future sono enormi, e ci obbligano ad intervenire con urgenza.

Effetto serra cosa sei?

La Terra è circondata dall’atmosfera, uno strato di gas molto sottile, ma estremamente attivo. Esso è trasparente alla radiazione proveniente dal Sole e opaca alla radiazione emessa dalla superficie della Terra. Gran parte della radiazione emessa dalla superficie viene quindi catturata dall’atmosfera e di nuovo emessa in tutte le direzioni - in parte anche verso la superficie del pianeta. Ciò spinge più in alto l’equilibrio tra energia entrante ed uscente e aumenta la temperatura del pianeta. L’effetto serra è dunque un effetto naturale ed estremamente importante: grazie ad esso la temperatura media della Terra ha il valore attuale di circa dieci gradi sopra zero. È un particolare decisivo: a venti gradi sotto zero come sulla Luna, che è priva di atmosfera, non si avrebbe acqua liquida sul pianeta, ma solo ghiaccio. Gli oceani, i fiumi, la vita, così come noi la conosciamo, devono quindi la loro possibilità di esistenza all’effetto serra.

Perché, allora, l’effetto serra è oggi un problema?

Il problema è l’aumento dei gas responsabili dell’effetto, in primo luogo l’anidride carbonica (CO2). A causa dell’uso dei combustibili fossili, la concentrazione di CO2 è passata negli ultimi 50 anni da un livello di 310 parti per milioni in volume (ppmv) a 380 ppmv. Questo livello è il più alto degli ultimi 400.000 anni e l’aumento si è verificato nel tempo più breve che la storia recente della Terra registri.

Davvero la terra si scalda? Siamo certi che la terra si stia riscaldando? Cosa dice l’IPCC - il Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici promosso dalle Nazioni Unite, di cui fanno parte migliaia di scienziati (climatologi, biologi, fisici, ecologi, economisti,… e che ha pubblicato nel 2007 il suo IV Rapporto?

Dal 1861, la temperatura della terra è aumentata e nel ventesimo secolo tale aumento è stato di circa 0,6 gradi centigradi. Con una probabilità appena inferiore si può affermare che l’aumento di temperatura è stato il più imponente degli ultimi 1000 anni. Il riscaldamento della terra non è più insomma un’ipotesi tra tante, ma una realtà concreta. L’ultimo rapporto dell’IPCC afferma che esso non è limitato alla superficie, ma si estende fino ad 8 chilometri nell’atmosfera. Che le superfici coperte di ghiaccio perenne sono diminuite di quasi il 10% dal 1960, mentre la durata annuale del ghiaccio e della neve sui laghi e sui fiumi alle medie e alte latitudini è diminuita di circa 2 settimane nell’ultimo secolo.

Più effetto serra, dunque, significa davvero aumento di temperatura. Cosa accade in una terra più calda?

I dati mostrano un forte riscaldamento polare: l’artico potrebbe essere navigabile tutto l’anno già in questo secolo. Indicano anche uno spostamento delle principali fasce di precipitazione, con un’accelerazione del ciclo idrologico. L’atmosfera con più gas serra è sostanzialmente un’atmosfera più energetica, con più evaporazioni e più precipitazioni e con temperature alla superficie più alte. È anche probabile che fenomeni estremi come uragani e temporali violenti, siano favoriti nel nuovo ambiente, portando ad un aumento della loro intensità e frequenza. L’aumento di temperatura alla superficie e il progressivo riscaldamento marino porterà poi ad un aumento del livello del mare. C’è grande incertezza sui valori esatti, ma esistono luoghi al mondo come i piccoli Paesi insulari, dove un aumento anche di 10-20cm del livello del mare, può mettere in pericolo comunità e colture: anche senza arrivare all’allagamento, le sole infiltrazioni salmastre delle falde costringono all’abbandono delle colture.

Quali le cause principali?

Il fenomeno dell’effetto serra è causato da alcuni gas presenti nell’atmosfera che assorbono la radiazione infrarossa emessa dalla superficie terrestre irradiata dal sole rimandandola verso il basso. Tra i principali gas responsabili di tale fenomeno c’è l’anidride carbonica; assieme ad esso contribuiscono altri gas presenti in quantità minori nell’atmosfera come metano (CH4), ossidi di azoto (NOx), ozono (O3) e diversi clorofluorocarburi, CFC (composti che contengono cloro, fluoro, carbonio e a volte idrogeno) tristemente noti anche per essere responsabili del buco dell’ozono. Dalla Rivoluzione Industriale l’incremento nell’uso di combustibili fossili ha causato un aumento del 30% della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. Tale condizione si è aggravata a causa della progressiva distruzione delle foreste che, eliminando le piante, ne annulla l’azione fotosintetica di riciclaggio della CO2; in questo modo, nell’atmosfera si accentua lo squilibrio tra input (immissione) e output (fuoriuscita) di anidride carbonica. Nel corso della seconda metà del XX secolo, si è registrato inoltre l’incremento di altri gas serra; in particolare, del metano, derivante da allevamenti di ruminanti, risaie e attività industriali, che è aumentato del 145%; degli ossidi di azoto, prodotti da alcune lavorazioni agricole e dai gas di scarico degli autoveicoli; dell’ozono degli strati più bassi dell’atmosfera, prodotto per effetto di reazioni chimiche di agenti inquinanti.

Il problema e le sue conseguenze

L’aumento delle concentrazioni di gas serra in atmosfera, come abbiamo visto, è la maggiore causa dell’intensificazione dei fenomeni legati al così detto cambiamento climatico che hanno enormi conseguenze sul pianeta e sulla nostra vita. Questi fenomeni si possono riassumere attraverso alcuni dati facilmente misurabili.

Eccoli:

  • aumento della temperatura del pianeta: dal 1861 ad oggi la temperatura media della Terra è aumentata di 0.6°C e di quasi 1°C nella sola Europa. Gli scienziati prevedono per i prossimi decenni un ulteriore aumento della temperatura tra 1,4 e 5,8°C.
  • aumento e riduzione delle precipitazioni: per quanto riguarda il trend delle precipitazioni dal 1900 al 2005, è stato osservato un aumento significativo nell’area orientale del Nord e del Sud America, nel Nord Europa e nell’Asia settentrionale e centrale, mentre una riduzione è stata rilevata nel Sahel, nel Mediterraneo, nell’Africa meridionale e in alcune parti dell’Asia meridionale
  • aumento nella frequenza e nell’intensità di eventi climatici estremi: non ci sono ancora dati scientifici dimostrabili sul lungo periodo, ma pare che una conseguenza dei cambiamenti climatici possa essere l’aumento di eventi catastrofici. Potrebbero verificarsi lunghi periodi di siccità, piogge improvvise e di straordinaria intensità, alluvioni, ondate di caldo e di freddo eccessivo. I cicloni tropicali potrebbero essere potenziati dall’aumento delle piogge violente, dei venti e del livello del mare. Molti di questi fenomeni eccezionali stanno diventando ordinari, almeno negli ultimi 10 anni
  • aumento del rischio di desertificazione: un quarto della superficie terrestre è a rischio desertificazione e già oggi l’inaridimento riguarda circa il 47 per cento delle terre emerse, caratterizzate da carenza di piogge e da alte temperature. La regione più interessata è l’Africa, con il 73 per cento delle terre coltivate che subiscono degrado e desertificazione, ma altre aree in Asia, America Latina e nord del Mediterraneo sono degradate o minacciate. Neanche alcune zone di Paesi sviluppati, come Stati Uniti e Russia, sfuggono all’avanzata del deserto
  • diminuzione dei ghiacciai e delle nevi perenni: fin dal 1980, il significativo aumento della temperatura terrestre ha portato alla recessione dei ghiacciai sempre più rapida e onnipresente, in modo così forte che alcuni ghiacciai sono scomparsi completamente, e l’esistenza nel mondo di un gran numero di quelli rimasti è minacciata, tanto che oggi quasi 9 ghiacciai su 10 si stanno sciogliendo. In regioni come le Ande nel Sud America e l’Himalaya in Asia, la scomparsa dei ghiacciai avrà un potenziale impatto sulle risorse idriche. Il ritiro dei ghiacciai montani, particolarmente nel Nord America occidentale, Asia, Alpi, Indonesia e Africa, e nelle regioni tropicali e subtropicali del Sud America, è stato utilizzato per fornire prove qualitative in merito all’aumento delle temperature globali fin dal XIX secolo
  • crescita del livello del mare: il sostanziale ritiro attuale e l’accelerazione del tasso di recessione dal 1995 di un certo numero di ghiacciai possono prefigurare l’innalzamento del livello marino, producendo un effetto potenzialmente drammatico sulle regioni costiere di tutto il mondo. Negli ultimi 100 anni il livello del mare è aumentato di 10-25 cm e sembra che possa aumentare di altri 88 cm entro il 2100
  • perdita di biodiversità: molte specie animali non saranno in grado di adattarsi a questi rapidi cambiamenti climatici. Gli studiosi, infatti, hanno stabilito che gli ecosistemi sono in grado di adattarsi solo a cambiamenti pari a 1°C in un secolo. Tra gli animali più a rischio troviamo gli orsi polari, le foche, i trichechi e i pinguini
  • diffusione delle malattie: sembra che il cambiamento climatico possa favorire la diffusione di malattie tropicali come la malaria e la dengue. Infatti, le zanzare che portano queste malattie, si stanno spostando verso nord, dove la temperatura è in aumento. Inoltre, l’aumento di temperatura favorisce l’inquinamento biologico delle acque, facendo proliferare organismi infestanti.
  • problemi nella produzione alimentare: piogge eccessive e caldo intenso mettono a rischio le colture, provocando carestie e malnutrizione. La Food and Agricolture Organization of the United Nations (FAO) sostiene che ci sarà una perdita di circa 11% di terreni coltivabili nei Paesi in via di sviluppo entro il 2080, con riduzione della produzione di cereali e conseguente aumento della fame nel mondo. Dunque, parlare del clima che cambia è imprescindibile a un evento come il prossimo EXPO2015 di Milano, un appuntamento necessario per approfondire, discutere, fare domande e, infine, acquisire consapevolezza dei problemi per poter agire responsabilmente, perché il clima è, in realtà, strettamente legato alla disponibilità delle risorse alimentari necessarie per le possibilità di vita e di benessere dell’umanità.

Appare evidente che l’alterazione di questi fattori sta cambiando, ma cambierà ancor più in futuro, la nostra vita quotidiana. I maggiori problemi che dovremo affrontare e cercare di prevenire con adeguate strategie di adattamento, riguardano:

  • le ridotte disponibilità di acqua, non tanto per l’aumento della temperatura media, quanto soprattutto per il diverso regime delle precipitazioni e degli eventi meteorologici estremi e a causa della riduzione dei ghiacciai e delle portate dei fiumi
  • l’aumento del numero dei “migranti ambientali” cioè quelle persone costrette a lasciare i territori di nascita o di elezione perché resi invivibili dalle conseguenze dei cambiamenti climatici. I numeri di questi “eco-migranti” sono in costante crescita, in corrispondenza dell’intensificazione delle catastrofi ambientali che hanno colpito la terra. Ma anche eventi climatici meno immediati, come ad esempio la desertificazione o la perdita di produttività del suolo, inducono le persone ad abbandonare le loro case in assenza di quelle condizioni di base che rendono il territorio vivibile. Oggi un milione di persone ogni anno migrano forzatamente dalla propria terra a causa dell’aumento della desertificazione e la cifra è destinata a salire. Tanto che, secondo l’United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD), la Convenzione ONU sulla desertificazione ratificata da circa 200 Paesi, da qui al 2020 un numero pari a 60 milioni di persone potrebbe spostarsi dalle zone desertificate dell’Africa Sub-sahariana verso il nord Africa e l’Europa
  • i cambiamenti dei sistemi ecologici e forestali, che tenderanno in parte a disgregarsi (quei sistemi meno veloci ad adattarsi alle mutate condizioni), e in parte a spostarsi verso più alte latitudini, con le conseguenti modifiche del paesaggio e con profonde implicazioni soprattutto nei settori dell’agricoltura, del turismo e tempo libero
  • le modifiche degli ambienti marino costieri, sia a causa dell’innalzamento del livello del mare, sia per l’acuirsi dei fenomeni estremi come le mareggiate, con implicazioni su tutte le attività produttive condotte nei territori costieri e perfino sul patrimonio storico, artistico e culturale (come nel caso di Venezia)
  • le ripercussioni sul sistema socio-economico, non solo per le mutate condizioni di sviluppo economico, ma anche per le mutate opportunità di lavoro e di occupazione delle nuove generazioni e per i maggiori rischi sanitari della popolazione più vulnerabile agli effetti dei cambiamenti del clima.

L’attenzione internazionale

Il tema del cambiamento climatico si è lentamente affacciato nel dibattito internazionale soprattutto nel corso degli anni ‘70, come conseguenza di una progressiva e sempre più puntuale raccolta di informazioni e dei dati di carattere scientifico precedentemente elencati che consentono di leggere con nuove conoscenze l’evoluzione del sistema climatico e la sua interazione con i sistemi ecologici, sociali ed economici. È in questi anni che inizia ad essere percepita la problematica ambientale come diretta conseguenza del crescente inquinamento e del degrado dei beni ambientali primari come acqua, aria e suolo, con ricadute che non sono confinabili all’interno di una specifica area o territorio, ma vengono ad assumere una dimensione sempre più ampia, fino a diventare problematiche globali.

Nel 1972 vi sono due eventi che segnano anche cronologicamente l’avvento della questione ambientale: la pubblicazione del rapporto del Club di Roma The Limits of Growth (erroneamente tradotto in italiano con “I limiti dello sviluppo”) che preannuncia un progressivo esaurimento delle risorse ambientali e la prima Conferenza Mondiale dell’ONU sull’Ambiente a Stoccolma nel corso della quale la comunità internazionale e gli stati che la compongono riconoscono l’esistenza di una questione ambientale e la necessità di avviare politiche coordinate su scala internazionale per farvi fronte. A seguito di tale Conferenza la prima azione concreta fu la creazione da parte dell’ONU dell’UNEP (United Nations Environment Programme) il primo organismo internazionale la cui sede fu stabilita in un Paese del sud del mondo: Nairobi in Kenya. L’UNEP diventerà il motore dell’impegno internazionale in materia di ambiente.

All’UNEP si deve l’organizzazione della prima Conferenza internazionale sul clima che si tenne a Ginevra nel 1979 e, sempre tale organismo istituì nel 1988 l’Intergovernamental Panel for ClimateChange (IPCC) un gruppo di lavoro composto da scienziati di tutto il mondo per indagare sul fenomeno del cambiamento climatico e sulle sue cause. Dal 1988 ad oggi l’IPCC ha elaborato quattro rapporti (1990, 1995, 2001, 2007 e ad oggi è in preparazione il quinto rapporto) ed è proprio grazie a questo lavoro di ricerca promosso nel corso degli anni dall’IPCC che si sono poste le basi per una maggiore conoscenza scientifica del problema e del conseguente progressivo impegno della comunità internazionale e degli stati per un riconoscimento prima e per l’adozione di strumenti giuridici e politici poi nei confronti del cambiamento climatico.

La risposta politica

La prima e più importante risposta a livello internazionale a questo problema globale si è avuta nel 1992 con la firma della United Nations Framework Concention on ClimateChange (UNFCCC) sottoscritta a conclusione della Conferenza Mondiale di Rio de Janeiro su Ambiente e Sviluppo. La Convenzione, entrata in vigore nel 1994, è un accordo quadro nel quale non sono previste misure concrete di contrasto al cambiamento climatico, che verranno invece assunte con il Protocollo di Kyoto del 1997, ma che indica le due principali strategie che devono essere perseguite per invertire la rotta con l’obiettivo di stabilizzare nel corso del 21° secolo la quantità di gas serra emessi in atmosfera dalle attività umane entro una soglia che non interferisca con il sistema climatico.

La prima strategia è quella della mitigation (limitazione) che affronta il problema del cambiamento climatico mettendo in campo azioni rivolte, da un lato, a ridurre le emissioni in atmosfera odierne e future e, dall’altro, ad aumentare la capacità di assorbimento da parte dell’ambiente naturale dei gas ad effetto serra (i c.d. sinks, serbatoi, cioè le foreste e i suoli agricoli). Essa si pone l’obiettivo di intervenire a monte del problema, agendo sulle cause dei cambiamenti climatici, proponendo una serie di strumenti da applicare su scala internazionale per ridurre le emissioni.

La seconda strategia è quella della adaptation (adattamento) e prevede la messa in campo di interventi per gestire nel modo migliore le conseguenze negative dei cambiamenti climatici in corso, sugli ecosistemi naturali e sui sistemi socio-economici. Questa strategia interviene a valle del problema per agire in via preventiva attraverso l’attuazione di adeguate politiche economiche, ambientali, socio-sanitarie, educative, necessarie per difendersi dal cambiamento climatico.

Con l’entrata in vigore della Convenzione si mettono in moto una serie di impegni di carattere strutturale da parte della comunità internazionale, primo fra tutti l’incontro annuale della Conference of States Parties (COP) che ha il compito di valutare le iniziative adottate, da adottare e i loro effetti (la prima COP si tenne a Berlino nel 1995, l’ultima a Bali nel 2007). È in questo contesto che matura, seppur tra mille difficoltà, la decisione degli stati di adottare misure concrete per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra e che si avviano i lavori per la definizione di un Protocollo aggiuntivo alla Convenzione che indichi impegni, modalità e tempi di attuazione precisi.

Tale Protocollo viene sottoscritto a Kyoto nel 1997, ma al contrario di altri accordi giuridici internazionali, in considerazione del fatto che il cambiamento climatico è un problema globale, entrerà in vigore solo quando sarà stato firmato da un insieme di Paesi che rappresenti almeno il 55% delle emissioni globali di gas serra. Il Protocollo è entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la decisiva ratifica da parte della Russia. In base al principio della responsabilità comune, ma differenziata il Protocollo prevede impegni solo per i Paesi industrializzati (Usa, Europa occidentale, Canada, Giappone Nuova Zelanda, Australia) e per quelli in transizione dell’Europa centrale e orientale, e non invece per i Paesi in via di sviluppo. Il Protocollo mira alla riduzione delle emissioni globali di gas serra del 5,2% rispetto al 1990. Tale obiettivo deve essere raggiunto entro il 2012 ed a partire da qui saranno negoziate ulteriori quote di riduzione. Gli obiettivi di riduzione sono differenziati a seconda del contributo dei singoli Paesi al cambiamento climatico. Per l’Europa la quota di riduzione assegnata è dell’8% rispetto al 1990, ma distribuita in modo differente da Paese a Paese: per l’Italia è del 6,5%, per la Germania e la Danimarca del 25%.

Le tre azioni principali verso cui si indirizza il Protocollo sono: 
 migliorare l’efficienza energetica nei diversi settori economici (industria, trasporti, energia, …); sviluppare la ricerca e l’uso di fonti energetiche rinnovabili;
 sostenere attività di riforestazione per aumentare la capacità di assorbimento dei gas serra. In questa direzione dovrebbero essere indirizzate anche le politiche economiche (tasse, sussidi, incentivi, …), eliminando i sostegni alle attività ad elevate emissioni, per privilegiare invece quelle rinnovabili e a maggior efficienza energetica.

Gli strumenti proposti per la riduzione delle emissioni: i “meccanismi flessibili”

Poiché il cambiamento climatico è un problema globale che richiede adeguate misure a livello internazionale, il Protocollo di Kyoto propone, oltre alle politiche da realizzare all’interno dei singoli stati, alcuni strumenti volti a fronteggiare il cambiamento climatico attraverso l’azione congiunta di due o più Paesi.

L’obiettivo è di avviare politiche di cooperazione tra Paesi sviluppati, ad economie consolidate e in transizione, e Paesi in via di sviluppo mirate specificatamente alla riduzione delle emissioni globali. Le emissioni, infatti, non hanno confini, per cui non ha importanza il luogo fisico dove avviene la riduzione, ma che questa venga realizzata. Inoltre occorre ricercare il minor costo possibile e oggi è più conveniente esportare tecnologie pulite in un Paese dell’Est e/o del Sud del mondo, piuttosto che realizzate nuovi impianti a minor impatto ambientale nei Paesi industrializzati.

In questa direzione tre sono i così detti “meccanismi flessibili” previsti dal Protocollo:

1. l’implementazione congiunta (Joint Implementation- JI): consente ai Paesi industrializzati e a quelli in transizione di stipulare accordi per gestire in comune gli obblighi di riduzione. Ciò significa che l’Italia, o un altro stato europeo, può realizzare quote di riduzioni in Paesi est-europei tramite accordi di cooperazione tecnologica che riducano le emissioni sul loro territorio.

2. il fondo per lo sviluppo pulito (Clean Development Mechanism - Cdm): promuove accordi di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo per il trasferimento di tecnologie pulite a basso impatto ambientale.

3. il commercio di permessi (Emission Trading) secondo cui è possibile per un Paese dell’Allegato 1 acquistare o vendere quote di anidride carbonica (“permessi di emissione”) da un altro Paese. Chi è in ritardo con i propri impegni può, cioè, accordarsi con chi ha margini di emissione per “mettersi in pari”.

Per molte associazioni ambientaliste queste però sarebbero solo “false soluzioni di un’economia verde che cerca di mercificare ulteriormente la vita e la natura in vista di ulteriori profitti”. Più specificamente, le associazioni ambientaliste chiedono alle Nazioni Unite di resistere alla soluzione del “capitale riverniciato di verde”, rifiutando la finanziarizzazione del clima “che pone un prezzo alla natura e crea nuovi mercati di prodotti derivati che non faranno altro che aumentare le ineguaglianze e velocizzare la distruzione della terra”. Servirebbe inoltre un passo indietro nel campo delle nuove soluzioni tecnologiche “come il geo-engineering, gli organismi transgenici, gli agrocarburanti, la bioenergia industriale, la biologia sintetica, le nanotecnologie, il fracking, i progetti nucleari, la produzione di energie con la termovalorizzazione” e a tutti quei progetti che necessitano di mega-infrastrutture “che non portano benefici alla popolazione e sono produttori netti di gas climalteranti” (come le mega dighe, solo per fare l’esempio più clamoroso).

I risultati?

Dopo il fallimentare incontro di Copenaghen nel 2009, quando i leader mondiali non riuscirono a trovare un’intesa su un nuovo trattato che sostituisse il Protocollo di Kyoto del 1997, sono stati raggiunti solo piccoli risultati attorno ad una serie di impegni volontari per ridurre le emissioni entro il 2020.L’Annual Greenhouse Gas Bulletin pubblicato nel 2014 dalla World meteorological organization (WMO) ha rivelato che “Il livello di gas serra nell’atmosfera ha raggiunto un nuovo picco nel 2013, a causa del rialzo accelerato delle concentrazioni di biossido di carbonio”. La WMO sottolinea “La necessità di un’azione internazionale concertata di fronte all’accelerazione dei cambiamenti climatici, i cui effetti potrebbero essere devastanti”. Di fatto la Terra e il suo clima non sono più in grado di sostenere i livelli di consumo e di produzione della società moderna, industrializzata e globalizzata senza presentarci un conto che rischia di avere conseguenze profonde e forse irrimediabili sulle aspettative di vita nostre e del pianeta. L’agenzia ONU punta il dito contro lo sfruttamento di combustibili fossili e mette in guardia sulle sue ripercussioni sul riscaldamento climatico. “Dobbiamo intervenire con urgenza - ha detto il Segretario generale Michel Jarraud -. Più a lungo attendiamo e più difficile e più costoso si rivelerà il nostro compito. Se non agiamo subito, rischiamo che si raggiunga una soglia oltre la quale il fenomeno sarà irreversibile. Possiamo ancora farcela, ma è necessario intervenire con urgenza”. Il bollettino dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale con tutti i numeri del suo allarme sul surriscaldamento climatico sottolinea anche la brusca impennata dell’incidenza dei gas serra sul riscaldamento climatico. L’agenzia ONU sostiene che l’aggravarsi del fenomeno sia in buona parte imputabile all’accumulazione di emissioni presenti e passate, che la biosfera terrestre non è ormai più in grado di smaltire, in virtù di fenomeni come deforestazione e acidificazione degli oceani.

Secondo il bollettino WMO nel 2013 la concentrazione di CO2 nell’atmosfera rappresentava il 142% di quella presente nell’epoca pre-industriale (1750), quella del metano e del protossido di azoto rispettivamente del 253% e del 121%”. Tra il 1990 e il 2013, la CO2 ha contribuito per l’80% al forcing radiativo indotto dai gas serra persistenti anche secondo l’U.S. National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA). Le osservazioni effettuate dal Global Atmosphere Watch (GAW) networks della WMO rivelano che il livello di CO2 nell’atmosfera tra il 2012 e il 2013 “Rappresenta il più forte aumento interannuale del periodo 1984-2013. Dei dati preliminari lasciano supporre che questo possa essere dovuto alla diminuzione delle quantità di CO2 assorbite dalla biosfera terrestre, mentre le emissioni di gas continuano a crescere”. Tutto questo è molto preoccupante perché perturba le complesse interazioni tra atmosfera, biosfera ed oceani che assorbono rispettivamente circa un quarto delle emissioni totali di CO2.Inparticolare, una mutazione al ribasso dell’assorbimento della CO2 da parte degli oceani potrebbe avere pesantissime conseguenze, accelerando la loro acidificazione che è già la più alta da 300 milioni di anni a questa parte.

Il segretario generale della WMO, Michel Jarraud, ammonisce ancora una volta: “Sappiamo con certezza che il clima sta cambiando e che le condizioni meteorologiche diventano più estreme a causa di attività umane come lo sfruttamento dei combustibili fossili. Il Greenhouse Gas Bulletin sottolinea che la concentrazione di CO2 nell’atmosfera, lungi dal diminuire, l’anno scorso è aumentata ad un ritmo ineguagliato da 30 anni. Dobbiamo invertire questa tendenza riducendo le emissioni di CO2 e di altri gas serra in tutti i settori di attività. Il tempo gioca contro di noi. Il biossido di carbonio resta per centinaia di anni nell’atmosfera ed ancora più a lungo nell’oceano. L’effetto cumulato delle emissioni passate, presenti e future di questo gas si ripercuoterà sia sul riscaldamento del clima che sull’acidificazione degli oceani. Le leggi della fisica non sono negoziabili”. Jarraud ricorda anche che “il Greenhouse Gas Bulletin fornisce ai decisori politici degli elementi scientifici sui quali potersi basare. Abbiamo le conoscenze e disponiamo delle leve necessarie per prendere delle misure miranti a limitare a 2°C l’aumento della temperatura e dare così una chance al nostro pianeta, preservando allo stesso tempo l’avvenire delle generazioni future. Essere ignoranti non può essere una scusa per non agire”.

Eppure forse qualcosa si muove. Dopo la sentenza dell’Intergovernmental Panel on Climate Change che emerge dal Synthesis Report (Syr) pubblicato a puntate nel 2014, frutto di 6 anni di lavoro della comunità scientifica internazionale e secondo cui  “L’influenza dell’uomo sul sistema climatico è chiara ed in aumento, con delle incidenze osservate su tutti i continenti e se non li gestiamo, i cambiamenti climatici accresceranno il rischio di conseguenze gravi, generalizzate ed irreversibili per l’essere umano e gli ecosistemi” i grandi della terra si sono forse svegliati.  Stati Uniti e Cina hanno raggiunto nel novembre del 2014 un accordo per ridurre su base volontaria le emissioni di gas serra, finalizzato a diminuire i danni dell’inquinamento e favorire la firma di un nuovo trattato globale per rinnovare il Protocollo di Kyoto, al vertice in programma l’anno prossimo a Parigi. 

In base all’intesa bilaterale annunciata da Obama e Xi Jinping, Washington si impegna a ridurre entro il 2025 le sue emissioni di gas serra di una quantità compresa fra il 26 e il 28% rispetto al livello del 2005. Pechino, invece, promette di raggiungere il massimo delle sue emissioni intorno al 2030, con l’intenzione di arrivare a questa soglia anche prima. Dal 2030 in poi il suo inquinamento comincerà a scendere, puntando sull’obiettivo di produrre il 20% della propria energia con fonti alternative non fossili entro quella data. L’impegno preso dagli Stati Uniti raddoppierà il ritmo della riduzione globale dell’inquinamento dall’1,2% annuo tra il 2005 e il 2020, al 2,3 - 2,8% nel periodo successivo dal 2020 al 2025. Per la Cina, invece, passare dallo zero al 20% di consumo energetico basato su fonti che non producono emissioni vorrà dire sviluppare tra 800 e 1.000 gigawatts con gli impianti nucleari, eolici, solari, o di altra tipologia alternativa.  Insieme Usa e Cina sono responsabili di circa un terzo delle emissioni globali di gas serra, e quindi il loro accordo ha un doppio valore: sul piano pratico, infatti, riduce l’inquinamento; e su quello diplomatico offre una forte spinta alle trattative in corso per rinnovare il protocollo di Kyoto.

Noi cosa possiamo fare?

Occuparsi di cambiamenti climatici è oggi assolutamente prioritario per tutti. Perché se è vero che per la risoluzione del problema è fondamentale l’impegno dei governi e delle industrie, è altrettanto vero che anche l’impegno quotidiano di ogni singolo cittadino rappresenta la chiave per contenere gli effetti dei cambiamenti in atto. Molte nostre attività quotidiane comportano un consumo di energia più o meno “occulto” e quindi un contributo alle emissioni di gas serra. È sufficiente che ognuno di noi rifletta sulle azioni che può compiere quotidianamente: alcune sono molto semplici, altre sono un po’ più impegnative, ma ognuno può dare il proprio contributo.

Si può contribuire a ridurre il consumo di energia sostituendo per esempio le classiche lampadine ad incandescenza con lampadine a basso consumo, ma anche semplicemente usando i coperchi durante la cottura dei nostri cibi (in questo modo si può risparmiare il 60-70% dell’energia necessaria alla loro preparazione). Si può contribuire a ridurre l’immissione di inquinati nell’aria scegliendo prodotti locali il cui trasporto da brevi distanze causa meno emissioni di gas serra. Si può contribuire a ridurre i rifiuti facendo la raccolta differenziata, ma anche scegliendo prodotti che abbiano meno imballaggi possibile. Si può scegliere di percorrere a piedi o in bicicletta i tragitti brevi (fa anche bene alla salute!) o semplicemente quando possibile preferire il trasporto pubblico. Si può bere l’acqua di rubinetto che è controllata e non comporta spreco di plastica per l’imbottigliamento e di inquinanti per il trasporto. Ci possiamo ricordare di spegnere gli interruttori degli elettrodomestici che non ci servono (per esempio non lasciare in stand by la tv o il pc, oppure lasciare inserito il carica batterie del cellulare quando abbiamo finito di caricarlo) per sprecare meno energia.

Ma gli esempi di azioni quotidiane che possono avere una ricaduta positiva sulla qualità del nostro ambiente (e quindi delle nostre vite) sono molti di più... quali saranno i tuoi?

E se…

Come in molte tematiche ambientali anche il cambiamento climatico è spesso strumentalizzato, esasperato, ridotto a business verde. “Da alcuni anni, ogni mattina il mondo si sveglia sotto la minaccia di una nuova apocalisse. Per gli ecologisti è rappresentata dal cambiamento climatico. Governi, celebrità, organismi internazionali, grandi corporation, piccole ong, si sono lanciate nella lotta contro il cambiamento” ha scritto Martín Caparrós in Non è un cambio di stagione un libro indispensabile per un approccio critico al problema. Quella di Caparrós è una riflessione attenta fatta con uno sguardo provocatorio sulle contraddizioni dell’ecologismo esasperato, dell’ambientalismo che si fa business, del principio che si fa moda e che restituisce la parola agli ultimi della terra accompagnandoci ai confini del mondo, là dove il clima è solo uno dei problemi, non sempre il principale. Anche per questo a conclusione di questa scheda vogliamo riportare, senza per questo sminuire il problema o ridimensionare quanto scritto fino ad ora, “10 Good news” che accendono qualche speranza sulla possibilità di rallentare il cambiamento climatico in atto:

1) Barack Obama ha inaugurato il suo secondo mandato presidenziale con la promessa di “Cacciare lo spettro del riscaldamento globale”.  Detto fatto: la sua amministrazione ha annunciato misure storiche per ridurre del 30% le emissioni delle centrali elettriche statunitensi. Prendendo come base i livelli registrati nel 2005, il Governo statunitense prevede di tagliare la CO2 prodotta dal settore energetico del 26-27% entro il 2020 e del 30% entro il 2030. Ogni Stato Usa potrà scegliere come raggiungere l’obiettivo, dosando e combinando i vari ingredienti: il passaggio dal carbone al gas nella produzione elettrica, l’incremento dell’efficienza energetica, gli obblighi di produzione da rinnovabili... Gli obiettivi indicati dall’Epa, l’agenzia per l’ambiente Usa, sono per ora in un decreto che dovrebbe entrare in vigore tra un anno (entro il 2015). Sarà vero?

2) La Cina ha avviato un piano per il controllo delle centrali a carbone.  Come gli USA anche la dirigenza cinese pare voler agire sul controllo delle emissioni di carbonio. Praticamente in concomitanza con l’annuncio del “Piano Obama taglia emissioni”, He Jiankun, presidente del Comitato consultivo della Cina sul cambiamento climatico, ha illustrato alla Reuters un programma di 5 anni volto a ridurre le emissioni di CO2 nel Paese stabilendo un tetto massimo da non sforare. Come faranno? Agendo su due fronti: intensità e valore massimo. La notizia sta nel fatto che questa è la prima volta che la promessa proviene da un’autorità vicina all’establishment cinese ed è la prima volta che la Cina si trova a stabilire un tetto massimo da non oltrepassare. Nell’attesa di numeri precisi e quindi degli obiettivi raggiunti è indubbiamente una buona notizia.

3) Il costo della produzione di energia solare è calato drasticamente.  In sei mesi è sceso di due terzi. Addirittura a giugno del 2014, nello stato del Queensland, in Australia, il prezzo dell’elettricità è andato sotto zero, in gran parte grazie ai pannelli installati dai privati. E sempre quest’anno, Regno Unito, Germania e altri stati europei hanno stabilito il record di produzione di energia solare.

4) Le campagne contro i combustibili ottengono ottimi risultati . Tanto che dozzine di città, istituzioni e investitori iniziano a spostare le proprie risorse altrove. Campagne simili sono state intraprese in passato, per azzoppare l’apartheid in Sud Africa o contro le compagnie del tabacco, ma nessuna prima d’ora aveva dato risultati così rapidi.

5) Le donne bangladesi si specializzano in energie rinnovabili. Secondo le Nazioni Unite le più colpite dal global warming saranno le donne, le stesse che vanno a riempire le fila degli strati di popolazione più povera. Ora però, proprio dall’emancipazione femminile potrebbe passare la strada del potenziamento dell’energia pulita a scapito di quella fossile: in Bangladesh tante donne stanno diventando operaie specializzate in energie rinnovabili. L’intenzione del Governo è utilizzarle per portare la luce ai 95 milioni di bangladesi che ancora non hanno accesso all’energia elettrica. 

6) Le rinnovabili la faranno da padrone nel nuovo sistema energetico. Cala il prezzo delle tecnologie, mentre crescono innovazione e interventi governativi: la strada dell’energia pulita sembra essere in discesa. Dopo l’arresto nei primi dieci anni del 2000, ora, stando ai dati, l’incremento pare inarrestabile. La buona dose di fiducia nel settore ha fatto crescere gli investimenti con ritmi che la maggior parte delle industrie possono solo sognare. Un esempio? Nel 2013 gli investitori hanno contribuito con 268.2 miliardi di dollari ai progetti sulle rinnovabili, 5 volte di più che nel 2004.

7) In Europa usiamo il 15% di energia in meno rispetto al 2000.  Le campagne sul risparmio energetico stanno dando i loro frutti. Le case sono più efficienti, e i consumi di energia domestica europei sono calati del 15.5% dal 2000 al 2011. Nei Paesi in via di Sviluppo, dove l’urbanizzazione cresce a dismisura, si apre una «finestra di grandi opportunità» per il costruire nel futuro case ecocompatibili ed efficienti dal punto di vista energetico. Sin dal 2009, un programma delle Nazioni Unite si occupa inoltre di formare i costruttori locali in Thailandia, Brasile, India e Bangladesh per realizzare progetti di “abitazioni sociali”, caratterizzate da edifici costruiti secondo le regole del risparmio energetico e alimentati da energie rinnovabili a basso costo.

8) Tagliare le emissioni è diventato un imperativo.  Un recente rapporto Wwf/Ceres ha rivelato come 53 tra le 100 maggiori compagnie statunitensi (le famose Fortune 100 Companies) hanno tagliato le emissioni di 58.000 miliardi di Co2 solo nel 2012, più o meno l’equivalente delle emissioni del Perù. Un risultato ottenuto soprattutto migliorando l’efficienza energetica, ma anche rivolgersi a fonti rinnovabili ha avuto il suo ruolo. Ogni megatone (mille tonnellate) risparmiato si traduce in un risparmio di 19 dollari, per un totale di 1.1 miliardi. Non male! 

9) Il petrolio diventa sempre più raro e più costoso.  Trovare ed estrarre il petrolio comporta costi sempre maggiori. Ci segnala The Wall Street Journal che le spese per gli investimenti totali dei giganti petroliferi Chevron, Exxon Mobil e Royal Dutch Shell sono aumentate di 70 miliardi di sterline nel 2013, e nello stesso tempo le stesse compagnie hanno registrato deficit di bilancio dovuti alla necessità di scavare nuovi pozzi.

10) Le auto elettriche conquistano il mercato.  Dal 2011 le vendite di auto elettriche sono raddoppiate ogni anno. I consumatori gradiscono sempre più questa tecnologia tanto che la curva di crescita è esponenziale. Solo 5 anni fa la tecnologia era appena un prototipo, un espediente futuristico che non poteva avere impatto serio sul mercato. Oggi, in Norvegia un’auto su 100 è elettrica. Ne girano 174.000 negli Stati Uniti, 68.000 in Giappone e 45.000 in Cina …

Bibliografia

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ISPRA, Gli Indicatori del Clima in Italia, 2009

J. Oldani, Meteorologia: conoscere e prevedere il tempo, De Vecchi, 2000

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L. Lombroso, Il tempo in fattoria, Edagricole, 2006

M. Caparrós Non è un cambio di stagione, Verdenero, 2011

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S. Caserini A qualcuno piace caldo. Errori e leggende sul clima che cambia, Edizioni Ambiente, 2008

S. Castellari e V. Artale a cura di, I cambiamenti climatici in Italia: evidenze, vulnerabilità e impatti, Bononia University Press, 2009

S. Palmieri (a cura di), Il mistero del tempo e del clima: la storia, lo sviluppo, il futuro, CUEN, 2000

V. Piana, Innovative Economic Policies for Climate Change Mitigation, Economics Web Institute, 2012.

Istituzioni, campagne, e organizzazioni

Agenzia nazionale per l’efficienza Energetica (ENEA) – Progetto Speciale Clima Globale

Club of Rome

Conference of States Parties(COP)

EXPO2015

European Climate Change Programme(ECCP)

Food and Agricolture Organization of the United Nations (FAO)

Global Atmosphere Watch (GAW)

Intergovernmental Panel on Climate Change(IPCC)

Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA)

Protocollo di Kyoto

U.S. National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA)

United Nations Framework Concention on Climate Change (UNFCCC)

United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD)

United Nations Environment Programme (UNEP)

United Nations Development Programme (UNDP)

World meteorological organization (WMO)

350org

Alleanza per il Clima

Asia – Europe People’s Forum -International Campaign on Climate Refugees Rights (ICCR)

Climate Action Network International -Campaign against Climate Change (CCC)

Connect 4 Climate

Croce RossaItaliana - Climate in Action

Friends of the Earth -Internationale climate campaign

Greenpeace - Salviamo il clima

International Rivers -WrongClimate for Damming Rivers

Legambiente - Carovana del clima

Oxfam - STOP al cambiamento climatico!

Service Civil International - Create a climate for Peace

TearFund -Climate Change

The Global Call for Climate Action

WWF

Scheda realizzata con il contributo di Matteo Mascia e di Alessandro Graziadei, aggiornata a novembre 2014

È vietata la riproduzione - integrale o parziale - dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto - integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso - solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda “Cambiamento climatico“ di Unimondo: http://www.unimondo.org/Guide/Ambiente/Cambiamento-climatico

  

Istituzioni e Campagne

Internazionali e nazionali

Internazionali

  • UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change)
  • IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change)
  • EPA (Environmental Protecion Agency - EPA'S Global warming Site)
  • GCMD (NASA's Global Change Master Directory

Nazionali

Associazioni

Video

Una scomoda verità: il trailer italiano