Cambiamento climatico [RSS]

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"Non è un problema di ricchi o poveri, di nord o sud. Si verifica in tutte le regioni".
(Ban Ki Moon, Davos, 2008)

 

Introduzione

Il tema del cambiamento climatico si affaccia nel dibattito internazionale nel corso degli anni ’70 come conseguenza di una progressiva e sempre più puntuale raccolta di informazioni di carattere scientifico che consentono di leggere con nuove conoscenze l’evoluzione del sistema climatico e la sua interazione con i sistemi ecologici, sociali e economici. È in questi anni che inizia ad essere percepita la problematica ambientale come diretta conseguenza del crescente inquinamento e del degrado dei beni ambientali primari (acqua, aria, suolo). Il riconoscimento di una interdipendenza ecologica negativa, evidenzia in particolare, che le ricadute dell'inquinamento e del consumo delle risorse naturali non sono confinabili all’interno di una specifica area o territorio, ma vengono ad assumere una dimensione sempre più ampia, fino a diventare problematiche globali: oltre al cambiamento climatico si possono richiamare: l'assottigliamento della fascia di ozono stratosferico, l'inquinamento degli oceani e dei mari, la perdita di biodiversità.

Nel 1972 vi sono due eventi che segnano anche cronologicamente l’avvento della questione ambientale: la pubblicazione del rapporto del Club di Roma The Limits of Growth (erroneamente tradotto in italiano con "I limiti dello sviluppo") che preannuncia un progressivo esaurimento delle risorse ambientali; a Stoccolma la prima Conferenza Mondiale dell’ONU sull’Ambiente nel corso della quale la comunità internazionale e gli stati che la compongono riconoscono l’esistenza di una questione ambientale e la necessità di avviare politiche coordinate su scala internazionale per farvi fronte. A seguito di tale Conferenza la prima azione concreta fu la creazione da parte dell’ONU del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) primo organismo internazionale la cui sede fu stabilita in un paese del sud del mondo: Nairobi un Kenya. L’UNEP diventerà il motore dell’impegno internazionale in materia di ambiente.

 

L'attenzione internazionale

All’UNEP si deve l’organizzazione della prima Conferenza internazionale sul clima che si tenne a Ginevra nel 1979 e, sempre tale organismo istituì nel 1988 l’Intergovernamental Panel for Climate Change (IPCC) un gruppo di lavoro composto da scienziati di tutto il mondo (Est, Ovest, Nord, Sud) per indagare sul fenomeno del cambiamento climatico e sulle sue cause. Ed è proprio grazie al lavoro di ricerca promosso nel corso degli anni dall’IPCC che si sono poste le basi per una maggiore conoscenza scientifica del problema e del conseguente progressivo impegno della comunità internazionale e degli stati per un riconoscimento prima e per l’adozione di strumenti giuridici e politici poi nei confronti del cambiamento climatico.

Dal 1988 ad oggi l’IPCC ha elaborato quattro rapporti (1990, 1995, 2001, 2007)

Le tabelle seguenti spiegano sinteticamente che cos’è l’effetto serra e gli effetti che esso sta avendo sugli equilibri bio-climatici del pianeta (tratte da M. Mascia, S. Morandini, A. Navarra, G. Proietti, Termometro Terra. Il mutamento climatico visto da scienza, etica e politica, Emi, 2004)

 

Le risposte politiche

La prima e più importante risposta a livello internazionale a questo problema globale si è avuta nel 1992 con la firma della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) sottoscritta a conclusione della Conferenza Mondiale di Rio de Janeiro su Ambiente e Sviluppo. La Convenzione, entrata in vigore nel 1994, è un accordo quadro nel quale non sono previste misure concrete di contrasto al cambiamento climatico, che verranno invece assunte con il Protocollo di Kyoto del 1997, ma che indica le due principali strategie che devono essere perseguite per invertire la rotta con l’obiettivo di stabilizzare nel corso del 21° secolo la quantità di gas serra emesse in atmosfera dalle attività umane entro una soglia che non interferisca con il sistema climatico.

La prima strategia è quella della mitigation (limitazione) che affronta il problema del cambiamento climatico mettendo in campo azioni rivolte, da un lato, a ridurre le emissioni, odierne e future, in atmosfera e, dall’altro, ad aumentare la capacità di assorbimento da parte dell’ambiente naturale dei gas ad effetto serra (i c.d. sinks, serbatoi, che sarebbero le foreste e i suoli agricoli). Essa si pone l’obiettivo di intervenire a monte del problema, agendo sulle cause dei cambiamenti climatici, proponendo una serie di strumenti da applicare su scala internazionale per ridurre le emissioni.

La seconda strategia è quella della adaptation (adattamento) e prevede la messa in campo di interventi per gestire nel modo migliore le conseguenze negative dei cambiamenti climatici in corso, sugli ecosistemi naturali e sui sistemi socio-economici. Questa strategia interviene a valle del problema per agire in via preventiva attraverso l’attuazione di adeguate politiche economiche, ambientali, socio-sanitarie, educative, necessarie per difendersi dal cambiamento climatico.

Con l’entrata in vigore della Convenzione si mettono in moto una serie di impegni di carattere strutturale da parte della comunità internazionale, primo fra tutti l’incontro annuale della Conferenza degli Stati Parte (COP) che ha il compito di valutare le iniziative adottate, da adottare e i loro effetti (la prima COP si tenne a Berlino nel 1995, l’ultima a Bali nel 2007). È in questo contesto che matura, seppur tra mille difficoltà, la decisione degli stati di adottare misure concrete per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra e che si avviano i lavori per la definizione di un Protocollo aggiuntivo alla Convenzione che indichi impegni, modalità e tempi di attuazione precisi.

Tale Protocollo viene sottoscritto a Kyoto nel 1997, ma al contrario di altri accordi giuridici internazionale in considerazione del fatto che il cambiamento climatico è un problema globale entrerà in vigore solo quando sarà stato firmato da un insieme di paesi che rappresenta almeno il 55% delle emissioni globali di gas serra. Il Protocollo è entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la decisiva ratifica da parte della Russia.

In base al principio della responsabilità comune, ma differenziata il Protocollo prevede impegni solo per i paesi industrializzati (Usa, Europa occidentale, Canada, Giappone Nuova Zelanda, Australia) e per quelli in transizione dell’Europa centrale e orientale – e non invece per i paesi in via di sviluppo.

Il Protocollo mira alla riduzione delle emissioni globali di gas serra del 5,2% rispetto al 1990. Tale obiettivo deve essere raggiunto entro il 2012 ed a partire da qui saranno negoziate ulteriori quote di riduzione. Gli obiettivi di riduzione sono differenziati a seconda del contributo dei singoli paesi al cambiamento climatico. Per l’Europa la quota di riduzione assegnata è dell’8% rispetto al 1990, ma distribuita in modo differente da paese a paese: per l’Italia è del 6,5%, per la Germania e la Danimarca del 25%.

Le tre azioni principali verso cui si indirizza il Protocollo sono:
- migliorare l’efficienza energetica nei diversi settori economici (industria, trasporti, energia, …);
- sviluppare la ricerca e l’uso di fonti energetiche rinnovabili;
- sostenere attività di riforestazione per aumentare la capacità di assorbimento dei gas serra.

In questa direzione dovrebbero essere indirizzate anche le politiche economiche (tasse, sussidi, incentivi, …), eliminando i sostegni alle attività ad elevate emissioni, per privilegiare invece quelle a maggior efficienza energetica.

 

Gli strumenti proposti per la riduzione delle emissioni: i "meccanismi flessibili"

Poiché il cambiamento climatico è un problema globale che richiede adeguate misure a livello internazionale, il Protocollo di Kyoto propone, oltre alle politiche da realizzare all’interno dei singoli stati, alcuni strumenti volti a fronteggiare il cambiamento climatico attraverso l’azione congiunta di due e più paesi.

L’obiettivo è di avviare politiche di cooperazione tra paesi sviluppati, ad economie consolidate e in transizione, e paesi in via di sviluppo mirate specificatamente alla riduzione delle emissioni globali. Le emissioni, infatti, non hanno confini, per cui non ha importanza il luogo fisico dove avviene la riduzione, ma che questa venga realizzata. Inoltre occorre ricercare il minor costo possibile e oggi è più conveniente esportare tecnologie pulite in un paese dell’Est e/o del Sud del mondo, piuttosto che realizzate nuovi impianti a minor impatto ambientale nei paesi industrializzati.

In questa direzione tre sono i c.d. "meccanismi flessibili" previsti dal Protocollo:

1. l’implementazione congiunta (Joint Implementation - JI):
consente ai paesi industrializzati e a quelli in transizione di stipulare accordi per gestire in comune gli obblighi di riduzione. Ciò significa che l’Italia o un altro stato europeo può realizzare quote di riduzioni in paesi est-europei tramite accordi di cooperazione tecnologica che riducano le emissioni sul loro territorio.

2. il fondo per lo sviluppo pulito (Clean Development Mechanism - Cdm):
promuove accordi di cooperazione con i paesi in via di sviluppo per il trasferimento di tecnologie pulite a basso impatto ambientale.

3. il commercio di permessi (Emission Trading)
secondo cui è possibile per un paese dell’Allegato 1 acquistare o vendere quote di anidride carbonica ("permessi di emissione"), da un altro paese. Chi è in ritardo con i propri impegni può, cioè, accordarsi con chi ha margini di emissione per "mettersi in pari".

 

La Scheda: L'Effetto serra: cos’è?

La Terra è molto diversa dalla Luna, perché è circondata dall’atmosfera, uno strato di gas molto sottile, ma estremamente attivo. Esso è trasparente alla radiazione proveniente dal Sole e opaca alla radiazione emessa dalla superficie della Terra. Gran parte della radiazione emessa dalla superficie viene quindi catturata dall’atmosfera e di nuovo emessa in tutte le direzioni - in parte anche verso la superficie del pianeta. Ciò spinge più in alto l’equilibrio tra energia entrante ed uscente e aumenta la temperatura del pianeta.

L’effetto serra è dunque un effetto naturale ed estremamente importante: grazie ad esso la temperatura media della Terra non è simile a quella della Luna - una ventina di gradi sotto zero – ma ha il valore attuale di circa dieci gradi sopra zero.

È un particolare decisivo: a venti gradi sotto zero non si avrebbe acqua liquida sul pianeta, ma solo ghiaccio. Gli oceani, i fiumi, la vita, così come noi la conosciamo, devono quindi la loro possibilità di esistenza all’effetto serra.

Perché, allora, l’effetto serra è oggi un problema?

Il problema è l’aumento dei gas responsabili dell’effetto, in primo luogo l’anidride carbonica (CO2). A causa dell’uso dei combustibili fossili, la concentrazione di CO2 è passata negli ultimi 50 anni da un livello di 310 parti per milioni in volume (ppmv) a 380 ppmv. Questo livello è il più alto degli ultimi 400.000 anni e l’aumento si è verificato nel tempo più breve che la storia recente della Terra registri.

Davvero la terra si scalda? Siamo certi che la terra si stia riscaldando? Cosa dice l’IPCC - il Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici promosso dalle Nazioni Unite, di cui fanno parte migliaia di scienziati (climatologi, biologi, fisici, ecologi, economisti,… e che ha pubblicato nel 2007 il suo IV Rapporto?

Dal 1861, la temperatura della terra è aumentata e nel ventesimo secolo tale aumento è stato di circa 0,6 gradi centigradi. C’è più del 90% di probabilità che il 1990 sia stato il decennio più caldo e il 1998 l’anno più caldo registrato dal 1861 al 2000. Con una probabilità appena inferiore si può affermare che l’aumento di temperatura è stato il più imponente degli ultimi 1000 anni. Il riscaldamento della terra non è più insomma un’ipotesi tra tante, ma una realtà concreta. Il Rapporto IPCC descrive le ultime scoperte, affermando che esso non è limitato alla superficie, ma si estende fino ad 8 chilometri nell’atmosfera. Che le superfici coperte di ghiaccio perenne sono diminuite di quasi il 10% dal 1960, mentre la durata annuale del ghiaccio e della neve sui laghi e sui fiumi alle medie e alte latitudini è diminuita di circa 2 settimane nell’ultimo secolo.

Più effetto serra, dunque, significa davvero aumento di temperatura. Cosa accade in una terra più calda? I dati mostrano un forte riscaldamento polare: l’artico potrebbe essere navigabile tutto l’anno già in questo secolo. Indicano anche uno spostamento delle principali fasce di precipitazione, con un accelerazione del ciclo idrologico. L’atmosfera con più gas serra è sostanzialmente un’atmosfera più energetica, con più evaporazioni e più precipitazioni e con temperature alla superficie più alte. È anche probabile che fenomeni estremi come uragani e temporali violenti, siano favoriti nel nuovo ambiente, portando ad un aumento della loro intensità e frequenza. L’aumento di temperatura alla superficie e il progressivo riscaldamento marino porterà poi ad un aumento del livello del mare. C’è grande incertezza sui valori esatti, ma esistono luoghi al mondo come i piccoli paesi insulari, dove un aumento anche di 10-20cm del livello del mare, può mettere in pericolo comunità e culture: anche senza arrivare all’allagamento, le sole infiltrazioni salmastre delle falde costringono all’abbandono delle colture.

(Scheda realizzata con il contributo di Matteo Mascia)

 

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  • UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change)
  • IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change)
  • EPA (Environmental Protecion Agency - EPA'S Global warming Site)
  • GCMD (NASA's Global Change Master Directory

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