#Bioremediation e anti-inquinanti naturali

Stampa

Il Gowanus Canal di New York - Foto: @balmorilab

Un sogno? Forse! Quale? Quello che qualcun’altro o qualcos’altro pulisca quello che io ho sporcato, possibilmente in modo naturale ed ecosostenibile. Già dagli anni ’70 la scienza aveva scoperto che ci sono batteri e altri microrganismi in grado di “mangiare” sostanze inquinanti. L’esperienza sul campo però era stata, almeno inizialmente, una delusione perché dopo un po’ i batteri cessavano di vivere o non si dimostravano così efficienti. Ma da allora i passi avanti sono stati molti con scoperte e ricerche che in questi ultimi anni hanno dato una nuova speranza al nostro futuro: se smettiamo di inquinare forse qualcuno o qualcosa ci può aiutare almeno a tamponare i danni fatti fino ad adesso al pianeta

In questa direzione è andata una scoperta che risale al 2011, quando nei ghiacciai del Madaccio, nei pressi del Passo dello Stelvio, si è scoperta l'esistenza di batteri in grado di degradare lo smog ed altri composti inquinanti. Si trattava di veri batteri "mangia-smog", in grado di ripulire l'acqua, o meglio il ghiaccio da alcuni composti organici inquinanti, tra cui gli idrocarburi policiclici aromatici, presenti ad esempio bel carbon fossile e nel petrolio.  A scoprirlo è stato uno studio condotto da due esperti dell’Istituto di Microbiologia dell’Università Cattolica di Piacenza, Fabrizio Cappa e Pier Sandro Cocconcelli, impegnati da anni nell’indagine dei microrganismi presenti sulle nostre Alpi ed in particolare nel massiccio dell’Ortles-Cevedale. Le carote di ghiacciaio del Madaccio prelevate a 3.150 metri di quota, congelate e trasportate fino ai laboratori dell’Università, dove sono state successivamente analizzate, hanno dimostrano che l’acqua che si ottiene dalla loro fusione contiene una ricca comunità batterica caratterizzata da una elevata biodiversità. Ma la scoperta più interessante realizzata anche grazie alla collaborazione col gruppo di ricerca del professor Marco Trevisan, dell’Istituto di chimica della facoltà piacentina di Agraria, è stata l’aver rintracciato tra i campioni elevati contenuti di inquinanti, come appunto gli idrocarburi policiclici aromatici e i policlorobifenili (Pcb), provenienti da lubrificanti. “In questi campioni di ghiaccio - aveva spiegato Cappa - è stato isolato un microrganismo che è in grado, anche a basse temperature, di nutrirsi e degradare questi composti organici inquinanti". Adesso, con le adeguate prove di laboratorio, i ricercatori stanno cercando di capire quali siano le sue potenzialità nel risanamento o bioremediation di ambienti inquinati

Nel 2013, invece, sono state individuate, come efficienti anti-inquinanti, due specie di batteri marini. Un rapporto stilato da ricercatori del Centro Helmholtz di Lipsia ha sottolineato le enormi potenzialità del batterio Alcanivorax borkumensis capace di trasformare gli sversamenti idrocarburici, catturando gli inquinanti e trasformandoli in acidi grassi che poi usa come componenti per la propria membrana cellulare. Un altro studio, condotto da un team internazionale di ricerca guidato da Michael Kube dell'Institute for Molecular Genetics di Berlino, ha individuato invece le virtù dell’altro batterio, l’Oleispira antarctica più adatto a vivere in ambienti freddi e quindi ideale per depurare le fredde acque dei fondali. Finora la lotta contro l’inquinamento dagli sversamenti di petrolio è stata condotta usando ingenti quantità di agenti chimici, che per quanto efficaci, causano seri danni sia all’ambiente sia alla salute. L’utilizzo di batteri, anti-inquinanti naturali, sarebbe quindi molto più pulito ed ecosostenibile.

Sempre nello stesso anno un gruppo di ricercatori coordinati da Jan Roelof van der Meer dell’Università di Losanna in Svizzera ha scoperto che alcune piante possono essere utilizzate per proteggere i batteri capaci di digerire i rifiuti dopo che sono stati collocati in ambienti tossici, dando loro un posto dove vivere e fornendo nutrienti che ne garantiscono la moltiplicazione spontanea e su vasta scala.  Questa tecnica è stata già trasferita con successo dal laboratorio al "campo" e sembra che i batteri potrebbero già essere utilizzati per la bonifica di inquinamento del suolo e delle acque in tutta Europa.

Un'ipotesi già possibile negli USA. In queste settimane, infatti, un esperimento sostenuto dalla Cornelia & Michael Bessie Foundation e avviato nel Gowanus Canal di New York ha dimostrato la possibilità di far crescere piante che sono in grado di ripulire le acque inquinate. Il progetto si chiama GrowOnUs, è un esperimento della Balmori Associates, una società di New York specializzata nella fabbricazione di infrastrutture ambientali sostenibili dal 1995, che ha realizzato “strutture galleggianti” che utilizzano un processo chiamato “fitorimedio” capace di rimuovere gli inquinanti. Oltre trenta tipi di piante differenti agiscono come delle spugne per purificare, desalinizzare e mitigare gli effetti delle sostanze chimiche nell’acqua del canale. Le piante vengono fatte crescere dentro a bidoni di metallo che vengono resi galleggianti tramite l’applicazione di materiali come fibra di cocco o bambù.  L’intento è quello di rendere GrowOnUs un progetto pilota da estendere a tutti i canali della città, favorendo così il recupero dei corsi d’acqua e di tutta la fauna e la flora che potrebbe tornare a crescere e vivere nei canali. Un’idea splendida per l’amministrazione della Grande Mela, peccato che rimanga ancora da capire come renderla economicamente sostenibile. Intanto potremmo pensare a come inquinare meno?

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

Ultime su questo tema

Compost, il primo impianto di comunità

11 Agosto 2016
A Melpignano nasce il primo esperimento in Italia di gestione sostenibile del rifiuto organico che coniuga il compostaggio di comunità con il sistema della lombricoltura. Il piccolo comune sal...

Anche gli scienziati divisi su Ogm. Perché in Italia è meglio di no

13 Ottobre 2014
Da mesi seguo i copiosi interventi che si susseguono sulla stampa italiana a proposito di organismi geneticamente modificati, devo ammettere che qualcosa non mi è chiaro. La prima perplessità nasce...

Api robot. Lo vogliamo così il nostro futuro?

10 Giugno 2014
Ricercatori di Harvard trovano la soluzione alla moria delle api. Idea superlativa, non fosse che... (Anna Molinari)

Ogm: sì, no, forse. Meglio la formula dubitativa

10 Marzo 2014
In Europa in materia di ogm si oscilla tra un sì al mais 1507, un no alla sua coltivazione e la proposta di lasciare la libertà di scelta ai singoli stati. Esiste una mediazione? (Alessandro Gra...

Mais Ogm, Greenpeace: «La Commissione Ue sta agendo in modo irresponsabile»

09 Novembre 2013
Se l’autorità europea per la sicurezza alimentare evidenzia ormai da qualche anno la pericolosità dei prodotti ogm, la Commissione sembra agire in un altro modo, cercando di far approvare l’autoriz...

Video

Vandana Shiva: crisi alimentare, diritto ai semi, biopirateria