Di differenze rivoltate come fieno

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Foto: A. Molinari ®

Ci sono sabati pomeriggio di sole e cieli senza nuvole che non vai in montagna né al lago, non fai shopping, non ti vedi con gli amici per arrampicare, non fai la spesa né le pulizie di casa. Ci sono sabati pomeriggio che hai semplicemente la fortuna di condividere con persone speciali, che mettono il lievito al tuo impasto e fanno crescere la persona che sei. Il sabato di qualche fine settimana fa è stato uno di questi, fatto di incontri e racconti, di esperienze di cui fare tesoro.

Siamo in Trentino, a Maso Filzerhof, una casa rurale tradizionale mochena che risale agli anni tra il ‘600 e il ‘700. Poco distante, una piccola stalla con un uomo che taglia legna. Sembra di entrare dentro un dipinto d’altri tempi mentre guido su una strada di curve a gomito tra boschi e pendii. Scendo dalla macchina e con Agitu scarichiamo l’occorrente per la merenda. Ci sono lo yogurt e la ricotta freschi, soffici di nuvole e dal gradevole aroma del latte di capra, c’è la marmellata di frutti di bosco e ci sono le “ciope”, le pagnotte raccolte in un grande sacco. Mentre aspettiamo gli ospiti, assieme a Ettore e Diego prepariamo la tovaglia sui bancali di legno e sparpagliamo un po’ di fieno che inonda i polmoni di profumi e ricordi. Pizzica il naso, e Shalom, il pastore del Lagorai che tiene guardia alle capre, scorazza nel prato e si rotola nell’erba. Tra una telefonata e quattro chiacchiere Agitu mi presenta le sue ragazze: le chiama per nome una per una, e la loro birbante curiosità conquista subito. Sono le capre felici che danno il nome alla sua azienda, e ad accucciarsi in mezzo a loro lasciandosi sfiorare, mordicchiare e conoscere non puoi negare che felici lo siano davvero. E come non esserlo, quando si vive dell’affetto e della professionalità di questa casara dalla generosità disarmante. Appoggiate a uno degli steccati in legno che nella stalla delimitano le passerelle per le capre condivido con Agitu pensieri e riflessioni, mentre queste buffe compagne di mondo ci osservano con uno sguardo attento da prospettive inusuali.

Qualche colpo di clacson e capiamo che sono arrivati. Accostano tre furgoncini di sorrisi e confusione e conosciamo i volontari, i ragazzi e le ragazze dell’associazione Opero Silente, nata nel 2003 per sostenere interventi nell’ambito del disagio sociale e della disabilità nelle zone di Villafranca e Garda. Sono in macchina da due ore, e per tornare a casa ne avranno altrettante, ma sono motivati e contenti di essere qui a godersi un assaggio di primavera in compagnia. I volontari mi raccontano che queste uscite nascono per supportare le famiglie, ma hanno acquisito nel tempo anche un grande significato relazionale: sono occasioni per testare spazi di autonomia e di confronto, mettersi in gioco in contesti non abituali che sollecitano i sensi e costruiscono comunità.

E in un pomeriggio come questo ti rendi conto che la comunità a volte cresce e si fa forte delle proprie fragilità semplicemente così, da legami inaspettati e da gesti non preventivati. Come quello di Floriana, che ti prende disinvoltamente la mano per l’incertezza di camminare da sola sui ciottoli verso la stalla, e intanto a parole stentate ti racconta dei suoi nipotini e del suo gatto, dello smalto che ha sulle unghie, della sua settimana tra il centro diurno e la piscina, dove si allena per le gare di nuoto; o come quello di Agitu, che si fa testimone di un pezzo di storia della migrazione del popolo Mocheno come se fosse la sua; o ancora di Andrea, che ti ripete troppe volte la sua felicità di essere qui, una cantilena che non riesce a trattenere, perché dev’essere sicuro che tu l’abbia proprio capito che per lui questo momento è importante; o di Eleonora, che con gli anni giovani e un’energia vulcanica ti racconta dell’associazione e delle attività in programma. A costruire pezzi di comunità sono le risate che si muovono tra le battute e le domande, sono i piccoli scambi di tenerezza che disorientano, sono le diffidenze che abbiamo in comune. Sono le capre che ci si strofinano addosso e ci spolverano le paure, è la mungitura da provare con delicatezza ed emozione, sono bisogni elementari a cui fare caso ritornando all’essenza dei momenti, della vita.

Quando i furgoncini si allontanano sulla strada del ritorno, e al maso rimaniamo solo noi, la luce del sole si è abbassata sull’orizzonte, l’aria si è fatta più fresca ed è già l’ora di cominciare la mungitura della sera. Ci salutiamo, e se forse per alcuni è scontata, a me rimane da conservare la sensazione che la spontaneità di certi incontri trovi senso proprio dentro se stessa, che davanti alle persone con le loro storie e le loro peculiarità siano gli occhi attenti e i cuori aperti a fare la differenza, a mischiarle le differenze, a incrociare provenienze e abitudini, e a renderci risorse gli uni per gli altri.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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