Biodiversità

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Il senso di stupore, la curiosità e il fascino delle stagioni che solo il mondo delle piante può infondere in un giovane è una cosa che ti segna per tutta la vita e non ti lascia mai più”. (Paul Lauterbur, Premio Nobel 2003 per la Medicina)

Introduzione

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 2010 “Anno Internazionale della Biodiversità” al fine di richiamare l’attenzione del mondo intero sulla meravigliosa diversità della natura e, nello stesso tempo, sull’impoverimento ambientale del pianeta a seguito di uno sviluppo economico e sociale che perpetua la distruzione dell’ambiente naturale. In questi ultimi tre decenni la questione della biodiversità ha assunto una dimensione sempre più centrale nel dibattito internazionale in materia di ambiente diventando, insieme alla problematica del cambiamento climatico, uno dei principali ambiti d’azione della politica e del diritto internazionale in questa materia.

Tale presa di coscienza è conseguente da un lato al progressivo e crescente aumento del consumo di natura, la cui velocità è oggi da 100 a 1.000 volte superiore ai normali tempi di rinnovamento biologico della natura stessa e, dall’altro, alla “scoperta” del contributo fondamentale per il benessere umano e per lo stesso sviluppo economico dato dai servizi “ecosistemici”. A ciò si aggiunga che la perdita di biodiversità non è più un fattore limitato ad un unico territorio o a specifiche aree geografiche ma è un problema globale in quanto investe la capacità di fornire risorse e di assorbire ulteriori alterazioni e inquinamenti dell’intero pianeta.

Il valore della biodiversità

Con il termine diversità biologica o biodiversità si intende quella molteplicità di organismi e di specie viventi che rendono possibile la vita sulla terra. Nell’espressione biodiversità, infatti, concorrono tre distinte componenti: le specie, le diversità genetiche e l’ecosistema. In altre parole, si può dire che la biodiversità rappresenta la natura in tutte le sue forme e di conseguenza uno dei pilastri fondamentali su cui poggia e si perpetua nel tempo la vita dell’ecosistema Terra.

Nel corso degli ultimi anni, grazie ad una sempre più puntuale ricerca scientifica, s’ è andato via via definendo con maggiore precisione anche il contributo, in termini di servizi ecosistemici (risorse e processi naturali), che la biodiversità offre al mantenimento e allo sviluppo economico e sociale delle persone e delle comunità umane nel breve e lungo periodo.

L’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) ha proposto uno schema di classificazione del loro valore. Tale schema individua:

1. valori diretti riguardano gli usi produttivi delle risorse, importantissimi per il benessere e le ricchezze dei popoli:
- valore di utilizzazione distruttiva (valore relativo al consumo diretto della legna, della selvaggina, ecc.);
- valore produttivo (valore commerciale delle materie prime e dei cibi).

2. valori indiretti riferiti alla possibilità di perseguire le innovazioni tecnologiche e l'arricchimento culturale delle persone:
- valore di utilizzazione non distruttiva (ricerca scientifica, osservazione naturalistica, valore estetico);
- valore strategico (possibilità di opzione per il futuro);
- valore etico dell'esistenza dei viventi (valore intrinseco).

Innumerevoli sono i servizi ecosistemici, tra loro fortemente connessi e interdipendenti, da quali dipende la sussistenza di milioni di persone nel mondo, la possibilità di ridurre la povertà, le risorse per creare sviluppo e benessere. Di seguito se ne riporta un elenco sintetico tratto dal dossier del WWF Italia "Effetto biodiversità: il lavoro nascosto e costante della natura al servizio di tutti":

· Regolazione dell’atmosfera e del clima: gli ecosistemi garantiscono il mantenimento della composizione chimica dell’atmosfera – regolando ad esempio gli scambi gassosi di ossigeno e anidride carbonica – e dello strato di ozono, che protegge dai raggi ultravioletti dannosi.
· Regolazione del ciclo dell’acqua: gli ecosistemi regolano i flussi idrologici garantendo la presenza di acqua dolce. L’acqua sul nostro pianeta è sempre la stessa e il ciclo permette il suo riutilizzo attraverso: evaporazione, condensazione, precipitazione, infiltrazione, scorrimento e flusso sotterraneo.
· Controllo dell’erosione: la vegetazione assicura la stabilità del suolo e permette di ridurre la perdita di terreno fertile dovuta alle piogge e al vento. Processi di erosione accelerata portano, inoltre, all’instabilità dei versanti e al dissesto idrogeologico.
· Formazione del suolo: l’insieme di processi fisici, chimici e biologici sul pianeta porta alla formazione del suolo, che avviene attraverso l’interazione tra il substrato inorganico, il clima e alcuni organismi come: lombrichi, licheni, muschi e batteri.
· Ciclo dei nutrienti: è l’insieme dei processi che avvengono in natura grazie ai quali viene utilizzata e resa di nuovo disponibile ogni singola sostanza fondamentale alla vita, come carbonio, azoto, ossigeno e acqua.
· Riciclo dei rifiuti: gli ecosistemi hanno la capacità di assorbire le sostanze di rifiuto e decontaminare l’ambiente. Questa funzione ha ovviamente dei limiti, soprattutto rispetto alle sostanze e materiali prodotti dall’uomo che per le loro caratteristiche chimiche sono persistenti e non biodegradabili (ad esempio, PCB, pesticidi, plastiche).
· Impollinazione: è il servizio svolto da molti organismi animali, oltre che dal vento e dall’acqua, che permette la fecondazione delle piante e quindi anche la produzione di cibo, tra cui frutti e altri materiali di origine vegetale.
· Produzione di cibo: in natura ogni specie, prima o poi, diventa “cibo” per un’altra. Il primo passaggio fondamentale è quello svolto dalle piante che sono in grado di utilizzare l’energia del sole per produrre sostanze nutritive per tutti gli altri organismi della piramide alimentare.
· Produzione di materie prime: la natura rappresenta una fonte insostituibile, per l’uomo e le altre specie, di risorse naturali come legno, minerali, metalli, fibre, resine fino ad arrivare ai combustibili fossili.
· Sviluppo della ricerca medica: l’80% della popolazione mondiale utilizza medicinali derivanti da principi attivi estratti da prodotti naturali, enormi sono le potenzialità di sviluppo della ricerca biomedica in base al miglioramento della conoscenza dei segreti insiti nella diversità biologica.
· Ricreativo: gli ecosistemi offrono all’uomo la possibilità di svolgere attività ricreative, turistiche, del tempo libero e sportive. La fruizione della natura, compatibile con il mantenimento delle risorse naturali e del paesaggio, svolge un ruolo fondamentale per gli equilibri psico-fisici della nostra specie.

La biodiversità attraverso i suoi servizi ecosistemici rappresenta il fondamento non solo della vita, ma anche del sistema economico che si è via via ampliato all’intero pianeta con conseguenze sempre più pesanti sui sistemi naturali. La perdita della diversità biologica comporta dunque anche dei costi economici, costi che nel corso degli ultimi anni si è iniziato a calcolare per evidenziare l’inefficienza del sistema economico attuale e per elaborare modelli di contabilità che tengano conto del consumo di natura. Così per esempio nella sola Gran Bretagna la scomparsa di 2 miliardi di api nell’inverno 2007/2008 ha rappresentato per l’economia di quel paese la perdita economica di 54 milioni di sterline. L’Unione europea ha calcolato che la perdita annua di servizi ecosistemici in termini economici è stimata in 50 miliardi di euro e che entro il 2050 le perdite in termini di benessere potrebbero raggiungere il 7% del PIL.

La tutela della biodiversità non è solo un bene in sé e un elemento fondamentale per il benessere umano. Proteggere la natura nel suo insieme ha anche un enorme valore economico, valore che l’economia attuale non riconosce. Di qui l’urgente necessità di introdurre nei sistemi di contabilità nazionali e locali a fianco dei tradizionali conti economici anche strumenti di contabilità in grado di valutare sia il consumo sia i servizi dati delle risorse naturali. È questo un passo fondamentale per garantire la sopravvivenza a lungo termine della biodiversità e nello stesso tempo il primo e più importante passo nella direzione di costruire un modello di sviluppo economico e sociale in grado di creare ricchezza e benessere a partire da un utilizzo sostenibile delle risorse naturali.

Le Convenzioni internazionali sulla biodiversità

L’attenzione alla conservazione della natura è stata oggetto di una importante evoluzione legislativa a livello internazionale. Centinaia sono le convenzioni giuridiche a scala globale e/o continentale, che regolamentano singole specie o ecosistemi naturali, tra queste pare opportuno richiamare: la Convenzione di Ramsar (1971), per la tutela delle zone umide; la Convenzione di Washington (CITES, 1973), che regolamenta e controlla il commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione; la Convenzione di Bonn(1979), che riguarda la conservazione e la gestione delle specie migratorie; la Convenzione di Berna (1979), che concerne la conservazione della vita selvatica e dell'ambiente naturale d'Europa.

Solo nel 1992, in occasione della Conferenza Mondiale su Ambiente e Sviluppo a Rio de Janeiro, viene però sottoscritto il primo strumento giuridico internazionale sulla biodiversità, che affronta in modo complessivo la questione della conservazione della natura a partire dai risultati della Commissione Brundtland. Questa nel suo Rapporto Il futuro di noi tutti aveva evidenziato le dimensioni del problema su scala globale denunciando la grave minaccia per l’ambiente naturale, lo sviluppo economico e la stessa salute umana a seguito della scomparsa di un numero crescente di ecosistemi e di specie biologicamente diverse.

La Convenzione sulla biodiversità entrata in vigore il 29 dicembre 1993 e sottoscritta da 193 stati non dagli USA, è uno strumento quadro che identifica un problema comune, regola gli obiettivi e le politiche globali, definisce gli obblighi generali, organizza la cooperazione tecnica e finanziaria, delegando però ai paesi parte (aderenti) il compito di provvedere alla sua attuazione.

Tale approccio si spiega con il principio di riferimento adottato dalla Convenzione, all’articolo 3, dove si afferma che “gli Stati hanno il diritto sovrano di sfruttare le loro risorse in conformità con le loro politiche ambientali” e nel contempo il “dovere di garantire che le attività svolte nell’ambito della loro giurisdizione” non provochino danni all’ambiente in altri stati o giurisdizioni. Questo principio tradizionale del diritto internazionale è stato sostenuto con maggior forza dai paesi in via di sviluppo, preoccupati di riaffermare il controllo sulle loro risorse naturali e contrastarne il saccheggio da parte dai paesi ricchi e dalle loro multinazionali.

Altri due principi chiave riportati nel preambolo del testo normativo sono il riconoscimento “del valore intrinseco della diversità biologica e del valore della diversità dei suoi componenti ecologici, genetici, sociali, economici, scientifici, educativi, culturali, ricreativi ed estetici” e il principio di precauzione secondo cui “laddove esista la minaccia di una riduzione rilevante della diversità biologica, l’assenza di esaurienti conoscenze scientifiche non dovrebbe essere invocata al fine di dilazionare misure volte ad evitare tale minaccia o a minimizzare gli effetti”.

Pare opportuno a questo punto richiamare i tre obiettivi della Convenzione, affermati all’articolo 1:

· la conservazione della diversità biologica, obiettivo affidato agli stati a cui è richiesto di elaborare strategie, piani e programmi per la tutela e l’utilizzazione della diversità biologica e di integrarli in programmi nazionali per l'ambiente e lo sviluppo di più ampio respiro. La conservazione della diversità biologica prevede due modalità principali: la conservazione "in situ" (art. 8) realizzata cioè negli ambienti naturali e quella “ex-situ" che utilizza i giardini zoologici, i giardini botanici e le banche del gene per conservare le specie (art. 9).
· l'uso sostenibile delle sue componenti, che presuppone il rispetto della capacità di rigenerazione degli elementi naturali ricercando un approccio equilibrato tra sfruttamento economico e conservazione della diversità biologica. Ampio spazio viene dato allo sviluppo della ricerca scientifica e tecnica (art. 12), alle attività di formazione, educazione e informazione (art. 13), all’adozione di procedure per valutare l’impatto sull’ambiente di politiche, piani e programmi (art. 14).
· la condivisione giusta ed equa dei benefici derivanti da un uso corretto delle risorse genetiche, il riferimento è specificatamente alla regolamentazione del trasferimento di tecnologie, brevetti e diritti di proprietà che devono essere ripartiti secondo principi di equità tra le nazioni del Sud, dove si trovano i principali ecosistemi e habitat ricchi di biodiversità, e quelle del Nord, che detengono invece le conoscenze scientifiche e le industrie bio-tech per il suo sfruttamento.

Su questo tema centrale e particolarmente problematico che vede una forte contrapposizione tra i principi sanciti nella Convenzione sulla biodiversità, e nel suo Protocollo di Cartagena, e quelli predominanti definiti nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) si rimanda alle schede sulle biotecnologie e sugli ogm.

Per concludere questa parte di presentazione sulla Convenzione è opportuno segnalare ancora due aspetti. Il primo riguarda il ruolo assegnato alle popolazioni indigene e alle comunità locali. Ad esse viene riconosciuto un ruolo chiave nella difesa della biodiversità e devono essere rispettate “le conoscenze, le innovazioni e le prassi delle comunità indigene e locali che incarnano stili di vita tradizionali rilevanti per la conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica” (art.8). Il secondo riguarda l’assenza di adeguati meccanismi di verifica e di controllo sulla effettiva attuazione da parte degli stati contraenti. Il solo articolo 26 richiede che ciascuno stato parte presenti un rapporto periodico alla Conferenza delle parti nel quale illustra i provvedimenti adottati in attuazione alle disposizioni della Convenzione.

A 18 anni dalla firma della Convenzione il bilancio per la conservazione della biodiversità a livello internazionale è ancora negativo ciò non significa, però, che non si sia fatto e non si stia facendo niente per la salvaguardia, il ripristino e l’uso sostenibile della natura. In questi anni, infatti, sono state avviate significative risposte politiche: moltissimi sono i paesi che si sono dotati di una strategia nazionale sulla biodiversità, che hanno elaborato programmi e nuove normative in materia, investendo risorse economiche nella ricerca scientifica e nella raccolta di dati, in campagne educative ed informative.

4. L’azione dell’Unione Europea

A partire dall’approvazione della Convenzione internazionale sulla biodiversità l’Unione europea ha progressivamente rafforzato la sua azione in materia facendo diventare la conservazione della natura una delle priorità delle politiche ambientali inserendola nella strategia UE per lo sviluppo sostenibile.

L’attenzione dell’Europa si è rivolta sia al rafforzamento della legislazione settoriale (le direttive sugli uccelli selvatici, sull’habitat, sulle acque, sull’ambiente urbano, sull’ambiente marino, sull’inquinamento atmosferico, sulla politica comune della pesca e dell’agricoltura) sia all’elaborazione di specifiche strategie e piani d’azione sulla biodiversità.

La rete Natura 2000 occupa oggi il 17% del territorio europeo e rappresenta la più ampia rete di aree protette a livello mondiale, la mole di dati e di conoscenze raccolte in questi anni in particolare attraverso l’Agenzia europea per l’ambiente rappresenta un risultato estremamente positivo anche se ancora disomogeneo per le diverse modalità di monitoraggio tra i paesi membri.

Pur rilevando i positivi avanzamenti compiuti in questi anni la biodiversità continua a scomparire a grande velocità come conseguenza di una crescente urbanizzazione e dello sviluppo di infrastrutture che comportano la distruzione degli habitat naturali, l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali, l’inquinamento diffuso, l’introduzione di specie invasive non autoctone. Nel continente europeo sono minacciati il 42% dei mammiferi, il 15% degli uccelli e il 52% dei pesci d'acqua dolce; inoltre, quasi 1.000 specie vegetali sono gravemente minacciate oppure in via di estinzione.

L’Agenzia europea per l’ambiente (EEA) rileva che l’obiettivo comunitario fissato nel 2001 e confermato nel 2006 di arrestare il deterioramento della diversità biologica entro il 2010 non è stato raggiunto. A partire dalle analisi e dalle valutazioni dell’EEA la Commissione europea ha presentato nel gennaio del 2010 una nuova comunicazione dal titolo “Soluzioni per una visione e un obiettivo dell’UE in materia di biodiversità dopo il 2010” nella quale viene ribadita la grave situazione in cui si trova la biodiversità e viene rilanciata l’azione europea in materia.

La comunicazione che è stata recepita nel Consiglio europeo del marzo 2010 riafferma l’importanza della biodiversità e dei servizi escosistemici per il miglioramento della qualità della vita e lo sviluppo economico e sociale futuro dell’Europa.

5. La biodiversità in Italia

Il nostro paese ripropone alla scala nazionale quanto è stato sopra rilevato per l’Europa, a fronte di significativi miglioramenti relativamente alla legislazione, alle politiche e alle azioni per la biodiversità continua la perdita di habitat naturali, di ecosistemi, di specie animali e vegetali.

L’Italia fornisce un contributo importante alla rete Natura 2000 dell’UE con oltre 2.283 Siti di Importanza Comunitaria (SIC) realizzati in attuazione della Direttiva Habitat e le oltre 589 Zone di Protezione Speciale (ZPS) della Direttiva Uccelli. Le aree protette sono 772, di cui 22 Parchi nazionali, 20 Aree/Riserve naturali marine, 149 Aree/Riserve naturali statali, 105 Parchi naturali regionali, 476 Aree/Riserve Naturali regionali. A queste si aggiungono 50 zone umide, 8 riserve MaB Unesco, 63 riserve biogenetiche, 6 aree specialmente protette di importanza mediterranea, 1 area internazionale “Santuario dei mammiferi marini”. Complessivamente tali aree rappresentano il 19% del territorio nazionale.

Certamente potrebbero essere molte di più se si considera che la posizione geografica e le caratteristiche geo-morfologiche hanno consentito nel corso del tempo lo sviluppo di un grande patrimonio naturalistico. In Italia vivono oltre 57.000 specie animali, più di un terzo cioè dell’intera fauna europea e 9.000 specie di piante, muschi e licheni, ovvero la metà delle specie vegetali del continente, con il più alto numero in assoluto di specie floreali. Tra le Regioni italiane più ricche di flora spiccano Piemonte, Toscana, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lazio e Abruzzo. L’86% della fauna italiana è terrestre o d’acqua dolce, il restante 14% marino. I più diffusi tra gli animali sono gli insetti, che da soli rappresentano circa i due terzi della fauna italiana.

Come per l’Europa la principale causa della perdita di biodiversità è rappresentata dal consumo di suolo: infrastrutture civili, insediamenti industriali, agricoltura intensiva e reti viarie. Secondo le stime del WWF Italia dal 1950 ad oggi sono stati cementificati oltre 3 milioni di ettari di territorio, si tratta complessivamente di un’area grande quanto le Regioni Lazio e Campania. Attualmente il consumo di suolo annuale è pari a 240.000 ettari due volte l’intero territorio della città di Roma a differenza degli 11.000 ettari da parte della Germania. Come per molti altri aspetti della realtà italiana ampie sono le differenze a livello regionale tra il Sud e il Nord del paese dove l’urbanizzazione è molto più estesa ed invasiva.

Oltre al consumo di suolo gli altri fattori che mettono a rischio la biodiversità sono lo sfruttamento intensivo delle risorse non rinnovabili, l’inquinamento e l’introduzione di specie aliene. Sempre secondo il WWF sono a rischio estinzione: il 68% dei vertebrati terrestri, il 66% degli uccelli, il 64% dei mammiferi, il 76% degli anfibi, il 69% dei rettili e addirittura l’88% dei pesci d’acqua dolce. La situazione non va meglio per la flora vascolare (15%) e le piante inferiori (40%) ovvero alghe, funghi, licheni, muschi, felci. Negli ultimi 50 anni sono stati intensamente colpiti alcuni importanti ambienti quali zone umide e boschi di pianura, ma anche altri sono stati compromessi stravolgendone il paesaggio e le funzioni ecologiche degli ecosistemi.

Come richiamato sopra le azioni in campo non sono sufficienti per invertire la rotta e l’obiettivo di fermare la perdita di biodiversità è ora posticipato al 2020 ed in questa prospettiva si indirizza la nuova Strategia nazionale per la biodiversità la cui definizione è stata avviata in occasione dell’anno internazionale della biodiversità e in attuazione degli impegni assunti a livello internazionale ed europeo nel corso del 2010.

Il percorso verso la Strategia nazionale, a cui hanno partecipato rappresentanti delle organizzazioni nongovernative, di centri studio e ricerca, degli enti locali e regionali, dovrebbe concludersi entro l’anno con la stesura di un documento focalizzato su tre ambiti strategici: biodiversità e servizi ecosistemici, biodiversità e cambiamenti climatici, biodiversità e politiche economiche.

Particolare attenzione dovrà però essere rivolta a rafforzare la conoscenza del legame tra natura, biodiversità e qualità della vita. Secondo il rapporto Eurobarometro 2007 l’Italia è all’ultimo posto tra i paesi europei relativamente alla conoscenza della crisi di biodiversità. Mentre un’indagine compiuta dal Ministero dell’Ambiente nel 2006 rileva che solo un italiano su due ha sentito parlare di biodiversità e appena il 13% dichiara di saperne qualcosa a riguardo. Ciò significa che non c’è consapevolezza sulle responsabilità che i comportamenti individuali e le decisioni assunte dai diversi attori istituzionali, sociali ed economici hanno nella perdita di biodiversità.

Forse è anche da qui, dall’informazione, dall’educazione e dalla conoscenza che bisogna ripartire per raggiungere l’obiettivo di arrestare la perdita di biodiversità.

Bibliografia

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(Scheda realizzata con il contributo di Matteo Mascia)

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2010 - Anno della Biodiversità