Italia: stop alle importazioni di frutta avvelenata?

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Attenti a certa frutta – Foto: Unimondo

Etossichina. Un nome che, non foss’altro per l’assonanza con la parola tossina, non lascia ben sperare, anche se non sappiamo bene di cosa si tratta o non vantiamo conoscenze di chimica o di agricoltura. E le nostre sensazioni non ci portano infatti lontano dalla verità, perché l’etossichina è un esempio di prodotto “borderline che racchiude tutte le contraddizioni del nostro presente: da un lato, per la sua attività antiossidante, in Europa viene elencato tra gli additivi per l’alimentazione degli animali (con la sigla E324) e negli Stati Uniti compare perfino tra gli additivi alimentari come preservante del colore di chili e paprika; dall’altro viene invece impiegato per evitare il riscaldo superficiale della frutta durante la conservazione in frigorifero.

Parliamo quindi di un agrofarmaco a base di chinolina che ha la funzione di antiossidante e pesticida, che previene il processo di irrancidimento dei grassi e che sulla frutta viene utilizzato in fase di post-raccolta. Si tratta di una molecola che ha conosciuto una storia travagliata: la Commissione Europea ne aveva già revocato l’utilizzo qualche anno fa (decisione del 3 marzo 2011) per i dubbi sollevati riguardo la sua applicazione nei cibi animali e perché giudicata nociva per la salute.

In Italia fu subito ritirata dal mercato e ne fu sospeso l’uso dal settembre 2012, uso che continua invece a essere permesso negli Stati Uniti e in altri Paesi europei, come ad esempio la Spagna (regolamento Ce n.149/2008) dove viene utilizzata per ritardare il deterioramento delle pere (nello specifico si parla di un concentrato emulsionabile contenente 720 g/L di etossichina per il periodo 15 luglio – 30 ottobre 2014 per il trattamento post-raccolta delle pere varietà “Blanquilla”, Conference e “Alejandrina”). Risultato: concentrazioni residue fino a 3,00 ppm per frutti ad alto rischio di deterioramento come, appunto, le pere.

Ecco dunque le ragioni che supportano la recente decisione italiana dei Ministeri della Salute e dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare di mettere ufficialmente al bando (anche in forma di deroga temporanea) l’utilizzo di questa molecola, anche se rimangono le preoccupazioni per i prodotti di importazione come evidenziato nella nota ufficiale, che afferma: “Vista la prioritaria necessità di garantire il massimo livello di sicurezza, i due dicasteri hanno ritenuto inammissibile concedere anche in via temporanea alcuna possibilità di uso in deroga. La decisione di alcuni Stati membri come la Spagna, che escludendo caratteristiche di tossicità ha ammesso l’uso del formulato per il trattamento della frutta, crea – spiegano Salute e Ambiente – un problema di concorrenza sleale per le imprese del ‘Made in Italy’ e soprattutto un pregiudizio per la salute che diventa necessario rimuovere attraverso l’immediata definizione di un percorso comune tra tutti gli Stati membri”.

Un pericolo per la nostra salute che ci dovrebbe incoraggiare a controllare con sempre maggiore attenzione i prodotti che acquistiamo e la loro provenienza. Un invito ribadito anche da Coldiretti che in un comunicato chiede il blocco immediato delle importazioni a rischio, rinforzando la determinazione ad attuare una “misura necessaria per tutelare la salute dei consumatori e difendere i produttori italiani dalla concorrenza sleale”. Preoccupazioni fondate se pensiamo che la Spagna rappresenta per l’Italia il principale fornitore di frutta (5% in più rispetto alle importazioni del 2013).

Se ancora ne avessimo bisogno, i recenti provvedimenti ministeriali rappresentano una ragione ulteriore per comprare la frutta – e la maggior parte dei prodotti che portiamo nelle nostre case – nei mercati locali e contadini, privilegiando le coltivazioni biologiche e biodinamiche e premiando i produttori che tutelano la salute dei consumatori, senza (eccessivo) ricorso alla chimica.

Anna Molinari

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