Territori palestinesi: emergenza acqua, un ulteriore ostacolo alla pace

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Rifornimento di una cisterna di acqua in Palestina - Foto: B'Tselem

Con una media di 63 litri pro capite al giorno, la quantità di acqua a disposizione della popolazione palestinese nei Territori occupati sembrerebbe quasi tollerabile. Una cifra ben lontana dai 100 litri giornalieri raccomandati per ogni abitante dall’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma pur sempre superiore a molte altre zone considerate in via di sviluppo.

L’accesso ad acqua corrente però varia decisamente da zona a zona, da città a città e da comunità a comunità. A tal punto che, solo nel 16 per cento dei casi (100 delle 708 comunità palestinesi), i litri disponibili pro capite sarebbero superiori alla quantità minima indicata dall’organizzazione internazionale. Come riportato dall’organizzazione Palestine Monitor, associazione a tutela dei diritti umani, nel 7 per cento delle comunità palestinesi (43 pertanto), invece, i litri mediamente disponibili al giorno sarebbero 30 o addirittura meno, nel 36 per cento (225 comunità) tra i 30 e i 50, nel 41 per cento dei casi (264 comunità) tra i 50 e i 100.

Dati preoccupanti? Non sono gli unici. La statistica, infatti, si riferisce solo al 69 per cento delle comunità palestinesi, quella percentuale insomma, che risulta essere connessa a risorse idriche. E i restanti abitanti della Cisgiordania? Per loro niente tubature. Certo, l’acqua si può pur sempre comprare da distributori privati (il cui prezzo sarebbe aumentato fino al 200 per cento rispetto a quello di alcuni anni fa) oppure ci si può accontentare di sorgenti naturali e acque piovane.

Mancanza d’acqua. Ma a complicare la situazione umanitaria, già compromessa da difficoltà economiche e conflitti, ci si mette, poi, anche il fattore qualità. Il massiccio utilizzo di pesticidi e fertilizzanti nel settore agricolo, come denunciato da Palestine Monitor, e l’assenza di un sistema di fognature idoneo, comprometterebbe, infatti, anche la qualità delle acque a disposizione della popolazione. La Striscia di Gaza, dove grazie alla desalinizzazione i litri pro capite sarebbero 140, solo il 7 per cento è conforme agli standard indicati dall’OMS. Le conseguenze? Problemi intestinali e malattie come colera, epatite e febbre gialla, registrate negli ospedali locali.

Ma non è finita. I vicini israeliani, a differenza delle comunità che risiedono nei Territori occupati, hanno un consumo pro capite di circa tre volte superiore a quello palestinese. E, due terzi delle acque utilizzate provengono da sorgenti condivise con i palestinesi. Qualche problema nella distribuzione? Sembrerebbe. Israeliani e palestinesi utilizzano due sistemi: uno sotterraneo, lungo circa 130 chilometri lungo il confine tra Israele e Cisgiordania, è suddiviso in tre “sotto-acquedotti”. Come denunciato da Palestine Monitor, il primo viene utilizzato al 95 per cento da Israele, il secondo, situato quasi interamente in Territorio palestinese, al 70 per cento da Israele, e il terzo- anche questo in Cisgiordania- al 37 per cento da Israele. O meglio, dai coloni israeliani che risiedono in Cisgiordania.

E il sistema del fiume Giordano con i suoi 330 chilometri di risorse sotterranee? Acque non disponibili per i palestinesi. Secondo l’associazione Israele limita l’accesso alle risorse sia tramite vie legali, che tecniche e fisiche. L’accesso alle risorse idriche, in quanto considerate beni di proprietà pubblica e pertanto israeliana, è reso difficile, se non impossibile, da procedimenti amministrativi lunghi e complicati. Per costruire un pozzo, o ripararne uno esistente, ad esempio, prima di ottenere un permesso si passerebbe, sempre secondo quanto riportato da Palestine Monitor, per 18 fasi diverse in dipartimenti amministrativi separati. E ad ogni pozzo verrebbero poi imposti limiti in termini di quantità estraibile. In molti casi, inoltre, i palestinesi non avrebbero comunque accesso alle fonti in quanto l’espropriazioni di terreni, soprattutto nelle aree ricche di acqua, come al valle del Giordano, sarebbero frequenti.

“Una moltitudine di problemi e difficoltà nel migliorare uso e sfruttamento delle risorse limitate disponibili” - sono questi i termini in cui l’associazione descrive le conseguenze delle politiche israeliane dal 1967 in poi in relazione alla questione dell’accesso all’acqua da parte dei palestinesi.

“Nonostante la mancanza di attenzione nei confronti della questione dell’acqua rispetto ad altri aspetti centrali, trovare una risoluzione giusta è importante al pari di giungere a una pace duratura, a uno Stato palestinese, alla rimozione delle colonie e dei checkpoint. Le difficoltà che circondano questo argomento potrebbero differenziarsi in maniera unica dalle altre questioni in quanto l’utilizzo delle acque, la sua conservazione e produzione danno a Israele e Palestina l’opportunità di collaborare per risolvere una problematica comune in maniera scientifica piuttosto che in un’atmosfera politicizzata” - dichiara Palestine Monitor. “Un’opportunità”, come viene espresso in conclusione, “non ancora colta”.

Michela Perathoner
(Gerusalemme – inviata di Unimondo)

 

La collaborazione tra Unimondo e Michela Perathoner continuerà fino ad agosto. Nel 2010 sono stati pubblicati i seguenti articoli (dal più recente):

 

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