Acqua

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Se, nei prossimi dieci o quindici anni, non verrà concertata nessuna azione volta a garantire la fornitura dell’acqua in un quadro mondiale efficace di regolamentazione politica, economica, giuridica e socioculturale, il suo dominio provocherà innumerevoli conflitti territoriali e condurrà a rovinose battaglie economiche, industriali e commerciali. (Riccardo Petrella, presidente del Contratto Mondiale dell’Acqua)

 

Introduzione

Il decennio 2005-2015 è stato dichiarato dall’Assemblea Generale delle Nazioni UniteDecennio Internazionale dell’Acqua-L’Acqua per la vita” e con questo l’ONU s’impegna a garantire a tutti l’accesso alla risorsa idrica e di promuovere la cultura dell’acqua quale bene comune e diritto umano fondamentale.

Oggi, questa risorsa è in grave pericolo e la sua disponibilità in continuo calo. Il 40% della popolazione mondiale deve prendere l’acqua fuori casa spostandosi anche diversi chilometri per accedere a pozzi o fiumi; ma ancor più indicativo è che il 20% degli individui che abitano il pianeta non ne ha abbastanza. Secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite ben 1,7 milioni sono gli individui che muoiono ogni anno a causa della mancanza d’acqua pulita, ogni 8 secondi un bambino perde la vita perché ha bevuto acqua contaminata e circa la metà delle persone che abitano nei paesi in via di sviluppo sono affette da malattie legate all’inquinamento delle fonti idriche.

Dal 1970 la disponibilità globale d’acqua pro capite ha subito una contrazione del 33% e regioni che un tempo erano ricche d’acqua ne sono diventate carenti, mentre quelle che già ne erano carenti sono sull’orlo della “carestia” idrica. Se non ci sarà un cambiamento di tendenza entro il 2015 oltre 3 miliardi di persone vivranno in stati con scarsa disponibilità idrica, nel 2025 a soffrire di questa penuria saranno i due terzi della popolazione, mentre con il 2050 la richiesta globale d’acqua potrebbe addirittura raggiungere il 100% delle scorte attualmente disponibili.

 

L’acqua: una risorsa finita e mal distribuita

L’acqua è alla base della vita ed è una risorsa indispensabile per l’agricoltura, lo sviluppo umano e la crescita industriale. Essa , però, come l’aria, è una risorsa particolare: rinnovabile, ma non incrementabile. A parità di disponibilità d’acqua negli ultimi decenni è raddoppiata sia la popolazione che l’attività produttiva con conseguenti sprechi e mercificazione e il risultato è che gli scarti tra domanda e offerta di questa risorsa sono e saranno sempre più gravi.

Eppure di acqua il nostro pianeta è ricchissimo. È un elemento che copre larga parte della superficie terrestre e le stime più accreditate, elaborate dal professore Igor A. Shiklomanov dell’Istituto russo di idrologia, sostengono che sulla Terra esistono circa 1,4 miliardi di km³ d’acqua tra oceani, laghi, fiumi, ghiacciai e falde acquifere, ma la parte utilizzabile dall’uomo è minima. Le riserve d’acqua dolce corrispondono ad appena il 2,5% del totale, ma il 99,6% di questa è contenuta nei ghiacciai dei poli e in falde sotterranee di difficile accesso e, della restante parte, soltanto uno 0,003%, localizzata in fiumi e laghi, rappresenta la disponibilità immediata d’acqua dolce per usi domestici e produttivi.

Tuttavia, se questa fosse distribuita equamente sul pianeta ce ne sarebbe a sufficienza per tutti (6.900 m³ per abitante l’anno), ma così non è. Meno di dieci paesi si dividono il 60% delle risorse idriche naturali: Brasile 5670 km³, Russia 3940 km³, Cina 2880 km³, Canada 2850 km³, Indonesia 2530 km³, USA 2478 km³, India 1550 km³, Colombia 1112 km³, Zaire 1020 km³. All’estremo opposto troviamo il Kuwait e il Bahrein che dispongono di una risorse d’acqua rinnovabili quasi inesistenti, Malta appena 25 km³, Singapore 600 km³, Libia e Giordania 700 km³, Cipro 1000 km³ e in tutta l’Africa settentrionale la scarsità d’acqua è un fattore endemico.

Inoltre, alla diversa distribuzione di questa risorsa nello spazio, si aggiungono anche delle considerevoli differenze stagionali e temporali. In certe zone, infatti, le precipitazioni sono intense, ma concentrate in brevi periodi e alcune regioni sono colpite da cicli pluriennali di siccità che si ripetono più volte in un secolo, rendendo necessaria una razionalizzazione dell’acqua ed una regolamentazione nel suo utilizzo. Questa situazione è aggravata dal cambiamento climatico, causa di un incremento della temperatura media atmosferica, del radicalizzarsi dei fenomeni naturali e in parte del processo di desertificazione.

L’acqua non va analizzata solo da un punto di vista quantitativo, ma anche qualitativo. Non tutte le acque, infatti, sono idonee al medesimo impiego. L’acqua da bere deve essere potabile, ma a causa dell’inquinamento la sua disponibilità è in continuo calo. Persino l’acqua piovana, da sempre considerata simbolo di purezza e qualità, è tutt’altro che sicura arrivando in certi luoghi ad essere tossica. È l’intero ciclo dell’acqua ad essere in pericolo e per questo l’ONU ha stabilito che il tema del World Water Day del 2010 doveva essere “Acqua pulita per un mondo sano”.

 

La scarsità: pratiche umane e percezione sociale

La scarsità d’acqua non è dovuta solo a ragioni fisiche e geologiche (condizioni climatiche, piovosità, morfologia del territorio), ma anche e soprattutto a motivazioni di carattere antropico (tipo di società, situazione demografica, livello di urbanizzazione, attività economiche, situazione geopolitica).

Ci sono, infatti, autori come Vandana Shiva, fisica indiana, attivista per il movimento ambientalista internazionale e leader del World Social Forum, che sostengono che “scarsità e abbondanza non sono dati di natura, bensì prodotti della cultura dell’acqua”. Infatti, questa risorsa, a seconda dei contesti, può essere trattata come merce, come risorsa, come principio sacro, come bene comune o privato. La Shiva parla di vera e propria “creazione” della scarsità, conseguenza dell’affermarsi di modelli di sviluppo che violano i cicli vitali. I diversi livelli di domanda e di consumo d’acqua, infatti, sono generati all’interno della sfera sociale e per questo variano sensibilmente da regione a regione, da società a società, indipendentemente dalla disponibilità di risorsa idrica presente sul territorio nazionale.

Non sorprende quindi che la maggior parte del consumo d’acqua avvenga nel ricco Occidente, dove circa il 70% del prelievo risponde al bisogno di appena l’11% della popolazione e che, talvolta, a lamentarsi della scarsa disponibilità idrica non siano realtà soggette alla siccità, ma regioni in cui non esiste una cultura dell’acqua e non si sente ancora il bisogno di economizzare questo bene. Inoltre, a parità di risorse, alcuni paesi riescono ad adattarsi, mentre altri, per diverse ragioni, prima fra tutte la struttura di prelievo, faticano a soddisfare il fabbisogno di tutti i settori; così, ad esempio, la Giordania che può beneficare di 179 m³ d’acqua per abitante deve confrontarsi con una situazione di penuria grave, mentre Malta con appena 79 m³ pro capite non è affatto prossima alla catastrofe sociale.

Quello con cui ci si trova a fare i conti, quindi, è la totale assenza di una cultura e di una politica sociale tra e verso tutti gli abitanti della Terra. Come ha sottolineato Ugo Leone, docente di Politica dell'Ambiente all'Università di Napoli Federico II, “il problema dell’acqua in una visione planetaria è essenzialmente un problema di corretta gestione attraverso la regolamentazione degli usi, là dove l’abbondante disponibilità si traduce in spreco e inquinamento della risorsa che viene restituita alla natura inutilizzabile e inquinante; è un problema di ricerca, raccolta e distribuzione, là dove è ancora drammaticamente insufficiente”.

 

I conflitti per l’acqua

Oggi, il valore crescente dell’acqua, le preoccupazioni inerenti la sua qualità e quantità e le differente disponibilità, stanno avvicinando sempre più l’acqua al petrolio e ad altre risorsa strategica. Essa, ma più precisamente il suo controllo, può diventare strumento diretto o indiretto di dominazione politica ed economica e può contribuire all’emergere di conflittualità di carattere nazionale o internazionali.

All’inizio del XXI secolo a essere maggiormente a rischio sono alcune regioni del Medio Oriente, dell’Africa settentrionale e del Sud-Est asiatico, per le quali l’acqua rappresenta un vero e proprio bene strategico per la sopravvivenza della nazione, e in quei contesti caratterizzato da sistemi idrici transnazionali e dove quindi l’approvvigionamento di più paesi dipende da fonti comuni. È naturale, quindi, che in queste circostanze, una qualsiasi minaccia a una fornitura costante d’acqua possa essere considerata un valido motivo per tensioni di diversa natura e che uno stato possa pensare di aumentare la propria disponibilità d’acqua appropriandosi delle risorse “altrui”.

Mentre a livello internazionale sono i tentativi di sfruttamento unilaterale delle risorse di un fiume o di una falda, portati avanti in assenza di leggi e trattati internazionali che regolano la divisione e l’uso dell’acqua, ad aumentare le tensioni tra i paesi, a livello interno è la diretta diminuzione dell’approvvigionamento idrico e l’iniquità d'accesso alle fonti, spesso legata al processo di privatizzazione, a causare disordini e forme di violenza più o meno intensa verso il governo e i gruppi più avvantaggiati e tra interessi contrastanti.

 

Acqua: bene economico o diritto fondamentale?

Oggi il dibattito attorno all’issue acqua si sta concentrando attorno al fenomeno della mercificazione di questa preziosa risorsa e sullo scontro tra chi è a favore o contrario a questa tendenza. Infatti, nell’epoca della globalizzazione economica, sempre più esperti e politici ritengono che la soluzione alla carenza idrica passa per l’economia e che bisogna lasciare al libero mercato il compito di assicurare un allineamento tra bisogni e offerta.

Tuttavia, credere che l’acqua debba essere considerata soprattutto un bene economico e che la logica del mercato permetterà di risolvere i problemi di penuria e di mal distribuzione della risorsa è un modo semplicistico di guardare al problema, che non tiene conto né dei limiti ecologici imposti dal ciclo idrico, né tanto meno quelli economici dettati dalla povertà. Il pericolo principale della mercificazione dell’acqua è ridurre il suo valore esclusivamente a quello commerciale e la sua gestione in un business, creando così le premesse per negare l’accesso a una risorsa tanto vitale a tutti coloro che non hanno le disponibilità economiche per comprarla sul mercato.

Questa logica economicista, introdotta per la prima volta nella Conferenza di Dublino dell’ONU (1992), si scontra ovviamente con il principio d’equità e con l’idea che l’acqua è un qualcosa di sacro, un bene fondamentale, un diritto universale che deve essere garantito a tutti a prescindere dal reddito. Questa posizione è fortemente sostenuta dal Comitato Internazionale per il Contratto Mondiale dell’Acqua, che, nel giugno del 1998 a Lisbona, ha stilato il “Manifesto dell’Acqua: il diritto alla vita”, in cui si evidenzia come l’acqua sia un bene comune e non un oggetto di scambio commerciale di tipo lucrativo.

Argomentazioni a sostegno di ciò sono state espresse anche dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti sociali, economici e culturali nel 2002, il quale ha dichiarato che l’acqua è una necessità sociale e culturale, la cui equa distribuzione è un dovere per preservare il diritto alla vita. Nel 2006, inoltre, l’ONU ha elaborato un rapporto dal titolo significativo “Al di là della scarsità: potere, povertà e la crisi idrica globale”, leggendo il problema della scarsità idrica da un nuovo punto di vista. Per la prima volta viene sottolineato come la questione di fondo non sia la scarsità, bensì la povertà ed i meccanismi di potere, fonti di disuguaglianza sociale e di discriminazione nell’accesso di beni comuni. In altre parole, il motivo per cui alcuni individui non hanno accesso all’acqua potabile è perché sono poveri.

 

Il business dell’acqua

L’acqua e la sua mercificazione è ormai diventata un territorio di conquista e un grosso affare per le imprese private. L’attuale industria dell’acqua è dominata da poche corporations, guidate dalle francesi Suez-Ondeo e Vivendi Universal, che da sole controllano più di due terzi del mercato mondiale delle risorse idriche con operazioni in circa 130 paesi. La terza impresa significativa è la tedesca RWE che nel 2000 comprò la Thames Water del Regno Unito.

Il dominio di queste multinazionali è reso possibile dal sostegno che hanno ricevuto dai propri governi, dalla Commissione Europea e altre istituzioni come la Banca mondiale, il FMI e il WTO, che impongono ai PVS la privatizzazione e la commercializzazione di numerosi beni e servizi come condizione per accedere ad aiuti economici e concedono loro prestiti per lo sviluppo di infrastrutture idriche e igienico-sanitarie. Attualmente solo il 5% dei servizi idrici del mondo è in mano ai privati, ma, anche quando si parla di partenariato pubblico-privato, sono i partner privati a far la parte da leone in questo settore con una conseguente perdita di autorità e autonomia degli enti governativi, i quali non si trovano più nella posizione di stabilire e imporre in modo efficace alle società standard minimi di disponibilità e qualità dell’acqua.

Oltre alla fornitura del servizio il mercato dell’acqua ha trovato un'altra strada per lucrare sulla scarsità idrica: l’imbottigliamento delle acque minerali, unico metodo di trasporti idrico che sia veramente decollato. È una delle industrie a crescere più rapidamente nel mondo ed una delle meno regolate, a tutto vantaggio del produttore. Tra i maggiori protagonisti di questo business devono essere annoverate Danone (del cui gruppo fa parte la Ferrarelle) e Nestlé (del cui gruppo fa parte l’insieme delle marche S. Pellegrino e Terrier Vittel), rispettivamente numero uno e due mondiali delle acque in bottiglia. Sono seguite da Pepsi Cola e Coca-Cola.

Il consumo d’acqua in bottiglia è in continuo aumento e il suo boom si è realizzato nell’ultimo decennio del secolo scorso: all’inizio degli anni Novanta solo 50 milioni di persone pagavano per comprare acqua imbottigliata, mentre oggi questo numero supera i 300 milioni. Non va inoltre dimenticato che la maggior parte dell’acqua viene confezionata in bottiglie di plastica, causa di un enorme spreco energetico, sia per trasformare il petrolio in plastica che per la gestione dei rifiuti prodotti. Le aziende private, quindi, pagando prezzi bassissimi per le concessioni, realizzano un fatturato enorme disinteressandosi completamente dei costi sociali e ambientali connessi a questa tipologia di commercio.

 

L’approccio dell’Unione Europea alla crisi idrica e alla mercificazione della risorsa

L'attenzione alla tutela delle acqua è da sempre uno dei punti cardine della politica ambientale dell'Unione Europea. Nel 2000 l’UE ha adottato una Direttiva quadro in materia d’acque per la protezione e la gestione di questa risorsa che tutti gli stati membri devono recepire. Prevede l’analisi delle acque presenti sul territorio comunitario, la loro classificazione e infine l’adozione di piani di gestione per ciascun bacino idrico. L’obiettivo dichiarato è prevenirne e ridurne l'inquinamento idrico, promuoverne la sostenibilità, proteggere l'ambiente e gli ecosistemi acquatici e limitare gli effetti delle inondazioni e della siccità per garantire entro il 2015 un buono stato di tutte le risorse idriche del continente. Purtroppo l’Italia non ha ancora applicato la Direttiva e per questo è stata condannata per inadempienza dalla Corte di Giustizia europea, mostrando anche la sua incapacità nel saper centrare gli obiettivi.

L’UE non si preoccupa solo delle acque interne, ma partecipa attivamente a numerosi progetti di gestione della risorsa idrica in tutto il mondo. Ad esempio nel quadro dell’Accordo di Cotonou siglato con i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP), l’UE sta aiutando i governi di tali stati ad affrontare le conseguenze dei periodi di siccità e delle inondazioni e a gestire il ciclo idrico in maniera sostenibile. Inoltre, ha dato vita ad un Fondo per l'acqua (2004) di 500 milioni di euro destinato a questi paesi con l’intento di migliorarne il loro accesso all'acqua potabile, alle strutture igienico-sanitarie e, attraverso il coinvolgimento degli attori locali, realizzare un quadro istituzionale che permetta loro di attirare risorse finanziarie supplementari.

L’UE, tuttavia, non promuove solo la tutela di questa risorsa, ma anche la privatizzazione dei servizi idrici dei paesi extracomunitari. Già nel 2002, essa ha lanciato l’EU Water Initiative che mira a contribuire al raggiungimento degli Obiettivi del Millennio per quanto riguarda l’acqua potabile e l’igiene, ma nei dettagli spinge i PVS ad aprire il loro mercato a società idriche straniere, per lo più europee, in cambio di aiuti e maggiori esportazioni al proprio interno di altri prodotti. Quello che però appare ambiguo è che realtà come la Svezia, l’Olanda e la Norvegia promuovano la privatizzazione delle acque altrui quando mantengono gelosamente i propri servizi sotto gestione pubblica.

Il Cipsi insieme al Cevi e al Comitato italiano per il Contratto mondiale sull’acqua hanno presentato il 2 febbraio 2010 in un seminario al Parlamento Europeo la Carta Etica della solidarietà internazionale per l’accesso all’Acqua” (testo in .doc) per orientare le scelte e le politiche per l'accesso all’acqua come diritto umano, difesa dell’acqua "come bene comune" e la partecipazione democratica e responsabilità dei cittadini alla sua gestione.

 

L’Italia e la gestione della risorsa idrica

L'Italia ha il primato del consumo idrico in Europa e mantiene il terzo posto nella classifica mondiale, dopo gli Stati Uniti e il Canada, con oltre 900 m³ di prelievo d'acqua annuo pro capite. Nonostante le numerose sorgenti presenti sul territorio nazionale, è anche tra i più grandi consumatori al mondo d’acqua in bottiglia e si trova al primo posto per quanto riguarda la produzione con 177 imprese, 287 marchi e 12 miliardi di litri imbottigliati annualmente. Ma il problema maggiore dell’Italia risiede nella cattiva gestione di questa preziosa risorsa e negli sprechi, che in certe zone toccano le soglie del 40%, legati a sistemi idrici obsoleti e inefficienti. Una corretta pianificazione e gestione dei bacini idrici è, dunque, necessaria.

Nel nostro paese da circa un secolo le acque superficiali sono state dichiarate pubbliche e pertanto lo stato ne deve regolamentare l’uso nell’interesse generale. Solo nel 1994, con la Legge Galli, il regime pubblicistico è stato generalizzato a tutte le acque, incluse quelle sotterranee. Tale normativa, inoltre, consentiva una gestione integrata dell’intero ciclo delle acque e poneva tra gli obiettivi da perseguire anche la tutela dei bacini idrici e la protezione dell'ambiente, tema comparso in Italia per la prima volta a livello istituzionale negli anni Sessanta con le prime leggi contro l’inquinamento dell’aria e delle acque.

Mentre la qualità dei maggiori corsi d’acqua è per lo più accettabile, permangono forti concentrazioni inquinanti in prossimità delle grandi città e lungo le coste della penisola. Le leggi a seguire (D.lgs. 152/99, D.lgs. 31/2001) hanno avuto come scopo quello di armonizzare e disegnare per intero l’impalcatura istituzionale della gestione delle acque, dei diversi piani di bacino e dei servizi idrici e igienico-sanitari. Queste non hanno portato a un sostanziale miglioramento della situazione, anzi, essa varia molto da regione a regione e i dualismi tra sistemi ecologicamente all’avanguardia e sistemi abbandonati sembrano essersi accentuati.

Nel frattempo, tra il 1997 e il 2003, il servizio idrico è diventato un’industria, che produce utili e per gli azionisti e il numero di società per azioni che gestiscono gli acquedotti sono passate da 56 a 710. Questo a portato nel 2009 ad approvare il Decreto Ronchi che, con il pretesto di uniformare la gestione dei servizi pubblici alle richieste della Commissione europea, prevede la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, compresa la gestione delle risorse idriche. Le proteste della società civile non si sono fate attendere e il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ha anche lanciato la raccolta firme per tre referendum abrogativi delle norme che hanno privatizzato l’acqua nel nostro paese.

 

Conclusione

La scarsità idrica, problema con cui l’umanità deve fare oggi i conti, non è dovuta al fatto che c’è poca acqua sul pianeta, quanto alla quantità d’acqua utilizzabile localmente, alle capacità tecniche e finanziarie di sfruttamento e al fatto che in determinate zone l’uomo vorrebbe utilizzare più acqua di quanta ce n’è o di quanto il sistema di infrastrutture è in grado di erogare. La poca disponibilità d’acqua desta serie preoccupazioni in alcuni paesi, ma, come si evince dal Rapporto sullo sviluppo umano 2006 dell’ONU, la scarsità al centro della crisi idrica globale affonda le radici nel potere, nella povertà e nella disuguaglianza, non nella disponibilità materiale.

Questa crisi ha un impatto reale e talvolta devastante sulla qualità della vita di milioni di individui e per questo la società internazionale è chiamata a elaborare una soluzione a questo stato di cose e l’umanità deve essere consapevole della necessità di un uso più responsabile di questa risorsa. Se l’acqua non è distribuita e usata efficientemente e in modo giusto i costi sociali saranno molto alti e, se la domanda di questa risorsa continuerà a crescere, è molto probabile che la tensione tra paesi o tra gruppi di una stessa società per accedere ad essa sarà sempre più intensa.

Tuttavia, tutte le misure tecniche e economiche volte a diminuire il consumo idrico e il degrado di questa risorsa, saranno inutili senza un minimo di volontà e coraggio politico e senza l’adozione e l’applicazione di un minimo corpus legislativo e amministrativo. Se nei prossimi decenni si dovesse presentare una forte crisi idrica non sarà certo a causa di scarsa conoscenza e know-how, ma a causa di mancati investimenti e scarsa prudenza.

 

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(Scheda realizzata con ilcontributo di Veronica Depedri)

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