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“La vita dell’uomo dipende da beni e servizi forniti dagli ecosistemi naturali. Una visione d’insieme e un efficace approccio sinergico sono centrali anche nella salvaguardia delle funzioni e dei processi esercitati dall’ambiente, affinché il diritto di scegliere una vita lunga, salutare e creativa sia garantito anche per le future generazioni in un’ottica di sviluppo umano sostenibile”. (Carta di Trento per una migliore cooperazione internazionale)

Introduzione

Negli ultimi decenni la questione ambientale ha assunto un ruolo sempre più centrale nell’agenda politica internazionale. Lo sfruttamento irrazionale delle risorse naturali (prime fra tutte acqua e foreste), l’emissione incontrollata di anidride carbonica nell’atmosfera (causa dell’aumento della temperatura globale che a sua volta genera il pericoloso innalzamento dei livelli del mare), l’aumento esponenziale e insostenibile dei consumi, da cui dipende anche l’ampliamento dell’impatto dei rifiuti sull’ambiente, l’influenza che l’inquinamento di terre e acque ha sulla salute umana sono problematiche che ormai non possono più essere sottovalutate.

Così come non può più essere minimizzato il circolo vizioso che viene a crearsi tra povertà e degrado ambientale. Nei Paesi del Sud del mondo, infatti, i poveri sono costretti a utilizzare terre marginali scarsamente produttive e più soggette al degrado, o a sfruttare in modo incontrollato e irrazionale le risorse naturali di cui dispongono, provocando però un ulteriore degrado che si traduce in erosione del suolo e aumento della desertificazione, inquinamento delle risorse idriche, scomparsa di specie animali e vegetali.

Al rischio naturale va poi aggiunto quello tecnologico, associato cioè alle attività antropiche che comportano la presenza sul territorio di impianti produttivi e infrastrutture che, per alcune sostanze trattate, possono costituire fonti di pericolo. Il disastro ambientale causato dall’esplosione della piattaforma petrolifera della British petroleum è purtroppo solo l’ultimo dei numerosi esempi.

Il riconoscimento del legame tra ambiente e sviluppo

Gli ultimi dati riportati dallo studio State of the World 2010 confermano che l’uomo continua ad utilizzare risorse in eccesso del 30% rispetto al livello di consumo sostenibile dalla Terra. Di questo passo, quindi, non riusciremo a raggiungere facilmente un modello di sviluppo sostenibile, individuato come l’unico in grado di salvaguardare le risorse ambientali. Secondo la definizione data dal Rapporto Brundtland del 1987, per sviluppo sostenibile deve intendersi “lo sviluppo che risponde alle necessità del presente, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie esigenze.”

Per anni molti hanno considerato lo sviluppo sostenibile in antitesi a quello economico. Questa contrapposizione, però, non è solo pericolosa ma anche errata. Sarebbe infatti più corretto dire che esso contrasta solo con il modello di sviluppo illimitato (e spesso senza regole) che i Paesi più industrializzati hanno conosciuto negli ultimi secoli. Per raggiungere la sostenibilità ambientale bisognerà quindi innanzitutto operare una trasformazione culturale, dove una virtuosa gestione dell’energia, lo smaltimento dei rifiuti, l’utilizzo razionale delle risorse naturali dovranno diventare parole chiave di ogni politica, sia globale che locale.

La prima conferenza mondiale sullo sviluppo sostenibile si è tenuta a Rio de Janeiro nel 1992. La natura storica di questo summit dipende dal fatto che ha rappresentato la presa di coscienza definitiva della necessità di preservare l’ambiente naturale come “base della piramide dello sviluppo”[1]. Frutto concreto dei negoziati sono state le due Convenzioni quadro sui cambiamenti climatici e sulla biodiversità e il Piano d'Azione di Rio (la cosiddetta Agenda 21), che rappresenta il programma da realizzare, a livello globale, nazionale e locale, per raggiungere lo sviluppo sostenibile in ogni area in cui l'attività umana danneggia l'ecosistema. Per sovrintendere all'applicazione di tali accordi è stata inoltre creata la Commissione per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (CSD) con il mandato di elaborare indirizzi politici per le attività future e promuovere il dialogo e la costruzione di partenariati tra governi e gruppi sociali.

Le divergenze tra Nord e Sud del mondo

Nei quasi venti anni che sono seguiti al Summit della Terra di Rio, decine di vertici internazionali improntati alla salvaguardia dell’ambiente, al contrasto dei cambiamenti climatici, alla questione energetica si sono succeduti con risultati altalenanti, sia dal punto di vista degli impegni che del loro mantenimento.

In molte occasioni, come ad esempio durante il secondo Summit della Terra tenutosi a Johannesburg nel 2002, i negoziati sono addivenuti a conclusioni poco significative, per il mancato compromesso non solo tra i Paesi più e meno sviluppati, ma anche all’interno dei due “gruppi”. Se infatti i Paesi dell’Europa settentrionale, con in testa la Germania, spingono da tempo per la stesura di normative precise e soprattutto obbligatorie per tutti, grandi colossi come Stati Uniti e Cina risultano restii a decisioni vincolanti e sembrano più inclini a iniziative pratiche, purché limitate, piuttosto che politiche.

A queste due visioni deve poi aggiungersi quelle della maggioranza dei Paesi del Sud, rappresentati soprattutto dalle economie emergenti, che chiedono degli efficaci programmi di cooperazione prima di prendere qualunque impegno capace di inficiare la loro economia, dal momento che i danni più gravi all’ambiente e alla biodiversità sono stati causati dallo sviluppo illimitato dei Paesi del Nord, che ora vorrebbero impedire il loro proprio in nome della tutela ambientale. Infine vanno considerati i timori degli Stati produttori di petrolio, preoccupati di poter perdere la loro principale, o a volte unica, fonte di guadagno.

Anche nella più recente e particolarmente attesa Conferenza delle Parti della Convenzione sul Clima svoltasi a Copenaghen nel dicembre 2009, i nodi cruciali sono apparsi inestricabili e i risultati ottenuti assai deludenti: alcune potenze industrializzate come gli Stati Uniti continuano a chiedere che i fondi da stanziare per le misure di adattamento e mitigazione agli effetti dei cambiamenti climatici siano vincolati alla riduzione delle emissioni di gas serra da parte anche delle economie emergenti. Secondo i Paesi in via di sviluppo, invece, ogni riduzione non può che avvenire a seguito del mantenimento degli impegni degli Stati più ricchi, sia dal punto di vista degli aiuti finanziari che del trasferimento di tecnologia pulita.

Finché non si riuscirà ad uscire da questa empasse, sarà difficile ottenere dei progressi: il prossimo tentativo verrà compiuto a Cancun a dicembre. Gli esperti concordano però che i primi passi dovrebbero essere compiuti dai Paesi più industrializzati, innanzitutto perché maggiormente responsabili del degrado ambientale (anche nei Paesi del Sud), in secondo luogo perché più dotati dei mezzi economici e tecnologici per attivare il cambiamento, infine perché sarebbe impossibile sostenere a livello politico una posizione che richiedesse sacrifici ad altri senza esser disposti a farli per primi.

Le politiche dell’Unione europea

Nell’ultimo decennio l’Unione Europea ha dimostrato una particolare attenzione per la protezione dell’ambiente, soprattutto in relazione ai cambiamenti climatici e alla tutela della biodiversità. Agli inizi degli anni ’90 è stata istituita l’Agenzia Europa dell’Ambiente (AEA) con il compito di supportare i Paesi membri nelle decisioni relative al miglioramento dell’ambiente, integrando considerazioni di carattere ambientale nelle politiche economiche e di coordinare la rete europea di informazione e osservazione ambientale.

Tra i principali impegni presi a livello comunitario va certamente ricordata la famosa strategia “20-20-20”, adottata nel 2008 e finalizzata a ridurre di almeno il 20% (rispetto ai livelli del 1990), i gas ad effetto serra entro il 2020, portare la quota delle energie rinnovabili al 20% e diminuire il consumo generale di energia del 20% (rispetto alle proiezioni). Dal 2001, inoltre, i Paesi membri hanno avviato una serie di strategie per lo sviluppo sostenibile dell'UE volte a incidere su diversi aspetti della vita economica, sociale e produttiva nell’ottica della loro sostenibilità. Tali strategie vengono aggiornate ogni cinque anni alla luce delle carenze riscontrate e per far fronte ai nuovi problemi che emergono.

Gli impegni, però, non sono stati presi esclusivamente a livello centrale. L’Agenda 21 chiedeva esplicitamente, per raggiungere gli obiettivi individuati, un maggior coinvolgimento delle amministrazioni locali e per rispondere a tale sollecitazione, nel 1994, in occasione della Conferenza europea sulle Città sostenibili tenutasi ad Aalborg in Danimarca, 80 amministrazioni locali hanno sottoscritto la Carta delle Città europee per un modello urbano sostenibile (in .pdf). È stata così avviata la Campagna delle Città europee sostenibili, , voluta dall’Unione Europea per incoraggiare e supportare le autorità locali nel cammino verso la sostenibilità ambientale. Ad oggi, sono più di 400 le amministrazioni comunali e provinciali che aderiscono alla Campagna, con l’obiettivo di realizzare un’Agenda 21 locale. In Italia sono 40 gli enti locali che hanno aderito alla Campagna, anche se purtroppo finora le loro attività in questo settore si sono limitate principalmente ad azioni di monitoraggio piuttosto che all’individuazione di politiche concrete e a lungo termine e di target specifici.

La democrazia ecologica

L’elevato debito pubblico accumulato negli ultimi decenni del secolo scorso, ha visto i Paesi in via di sviluppo costretti ad aumentare il più possibile le proprie esportazioni alla ricerca di valuta straniera per pagare gli interessi. La natura dei beni maggiormente esportati dai Paesi del Sud, però, è rappresentata da materie e risorse naturali: purtroppo le conseguenze di queste politiche miopi sono sotto gli occhi di tutti. La deforestazione, ad esempio, ha conosciuto negli ultimi venti anni dei ritmi senza precedenti, in molti Paesi la biodiversità è messa seriamente in pericolo, le risorse ittiche di molte zone costiere sono andate esaurendosi. Ciò dimostra ancora una volta come qualsiasi misura a livello globale che voglia essere realmente efficace per la salvaguardia dell’ambiente non possa prescindere da un profondo ripensamento delle relazioni sociali ed economiche che governano al momento il pianeta.

Già negli anni ‘60 i movimenti ecologisti sottolineavano la necessità di intraprendere un processo di trasformazione tale da portare a una vera e propria democrazia ecologica, nella quale fossero le popolazione direttamente interessate a prendere le decisioni relative all’ambiente in cui dovevano vivere. La ricerca da parte della società civile di un ampliamento dei propri spazi decisionali è oggi un tema assai attuale, anche perché si fa sempre più strada la consapevolezza che uno sviluppo ecologicamente sostenibile sia l’unica via non solo per tutelare l’ambiente, ma anche per ridurre le distanze economiche e sociali tra i Paesi del Nord e del Sud del mondo, andando così ad incidere su una serie di questioni che hanno assunto ormai un carattere globale, mettendo a rischio la sicurezza di molte regioni del pianeta.

I rifugiati ambientali

Una di tali questioni riguarda il fenomeno migratorio, sempre più difficile da gestire nonostante le politiche altamente restrittive di cui si sono dotati praticamente tutti degli Stati d’approdo. Perché a spingere le persone ad abbandonare il loro Paese (o a spostarsi all’interno del loro Stato) sono anche, sempre di più, le catastrofi naturali e il degrado ambientale. Proprio quest’ultimo, del resto, era stato individuato dall’UNHCR, già nel suo rapporto State of the World’s Refugee del 1993, come una delle quattro cause principali di emigrazione (insieme all’instabilità politica, alle tensioni economiche e ai conflitti etnici).

Secondo le proiezioni dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), se nel 2000 potevano contarsi 25 milioni di rifugiati ambientali, nel 2050 questi ultimi potrebbero oscillare tra i 200 e i 250 milioni: un numero che metterebbe in serio pericolo la sicurezza e la stabilità di molte aree. Proprio ai Paesi che maggiormente rischiano di venir colpiti dai disastri ambientali saranno destinati i 100 miliardi dollari che la comunità internazionale si è impegnata, durante il vertice di Copenaghen, a stanziare entro il 2020. Rimangono tuttavia i dubbi, non certo infondati, sia sulla possibilità di raggiungere realmente tale cifra che sul fatto se essa possa risultare sufficiente.

Dalle conclusioni cui è giunta la “Piattaforma mondiale per la riduzione dei rischi dei disastri”, riunitasi per la seconda volta lo scorso anno a Ginevra e che coinvolge rappresentanti politici, delle agenzie dell’ONU, della società civile e del mondo scientifico, si evince chiaramente che per cercare di prevenire e contrastare in modo efficace quei disastri ambientali che sempre più frequentemente colpiscono soprattutto i Paesi in via di sviluppo, sia necessario porre al centro di qualunque strategia per lo sviluppo le questioni della lotta ai cambiamenti climatici e della gestione sostenibile degli ecosistemi.

Secondo l’Indice di rischio di mortalità elaborato dall’International Strategy for Disaster Risk Reduction, il Bangladesh, la Cina, l’India e l’Indonesia, ossia alcuni dei Paesi più popolati del mondo, sono gli Stati che maggiormente corrono il pericolo di essere travolti da frane, terremoti o alluvioni. Proprio nell’area asiatica, del resto, abbiamo assistito solo pochi mesi fa, alle inondazioni che hanno messo in ginocchio il Pakistan.

[1] S. MARCHISIO, F. RASPADORI e A. MANEGGIA (a cura di), Rio cinque anni dopo, Franco Angeli, Milano, 1998

BIBLIOGRAFIA

Giardi, D., Trapanese, V. Uomo, Ambiente e Sviluppo Geva Edizioni, 2006

AA.VV. Gli effetti ambientali dell’economia globalizzata Edizioni Ambiente, 2003

Cevoli, M. Falasca, C. Ferrone, L. Ambiente e crescita: la negoziazione dello sviluppo sostenibile Ediesse, 2004

Dasgupta, P. Benessere umano e ambiente naturale, Vita e pensiero, 2004

Lomonaco, R. Sviluppo sostenibile e difesa dei diritti umani, Armando editore, 2004

Greco, P. Lo sviluppo insostenibile: dal vertice di Rio a quello di Johannesburg Bruno Mondadori, 2003

(Scheda realizzata con il contributo di Emanuela Limiti)

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